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La Guida suprema iraniana, Ali Khamenei, ha pubblicato un poster anti-semita che, mentre inneggiava alla “Palestina libera”, riportava la scritta “soluzione finale”: una chiara evocazione allo sterminio degli ebrei di opera nazista. L’immagine contro gli ebrei è stata pensata per il Quds Day, una data tradizionale creata dalla Repubblica islamica per dare supporto alla Palestina e contro il sionismo. Dal 1979 viene celebrato nell’ultimo venerdì di Ramadan, e quest’anno sarà il 22 maggio. Nel poster celebrativo si simula una sorta di conquista di Gerusalemme (Quds) con persone che festeggiano in strada tenendo in mano i cartelli degli eroi dell’Iran.

Nell’iconografia del regime teocratico di Teheran i dettagli sono fondamentali, e dunque non sfugge che la dimensione delle immagini dell’ispiratore della rivoluzione, Ruḥollāh Khomeynī, sia addirittura inferiore a quella di Qassem Soleimani. Significa che, nella narrazione della teocrazia, il generale-eroe eliminato il 3 gennaio da un raid aereo americano ha un’importanza centrale e che lo sgarro non è ancora stato vendicato. Soleimani guidava le forza addette alle operazioni all’estero dei Pasdaran, le Quds Force, ed era l’ideatore di una strategia profonda con cui l’Iran intende ristabilire sfere d’influenza persiane nella regione.

Il richiamo scenografico all’infinito dossier israelo-palestinese arriva quest’anno in un momento turbolento. Il nuovo governo di coalizione israeliana sta iniziando la sua azione politica e la questione Palestina è un punto di non completo contatto (soprattutto per le tempistiche delle annessioni) sia tra le forze di maggioranza che con gli Stati Uniti — che si sono impegnati per strutturare un piano pro-Israele ma non vogliono pressare troppo sulla road map, anche per evitare problemi collaterali. Non sono tanto posizioni come quelle prese da Mahmud Abbas a preoccupare Washington (martedì Abbas ha detto che si sente svincolato da ogni genere di accordo precedente), ma i contraccolpi regionali. Il re giordano Abdallah II, per esempio, nei giorni scorsi ha tenuto un discorso inusualmente duro contro Israele proprio riguardo alle annessioni: in un’intervista in diretta con lo Spiegel ha parlato del rischio di un conflitto tra Israele e Giordania (due alleati Usa, per questo Washington è preoccupato).

Ma il problema principale resta l’Iran. La pandemia ha messo a nudo le faglie nei sistemi, e dinamiche geopolitiche violente sono venute allo scoperto. Nella regione mediorientale è sempre più evidente che il blocco anti-iraniano si sia compattato andando oltre divisioni esistenziali. Ieri il primo volo cargo dagli Emirati è atterrato in Israele, per esempio, ed è un riconoscimento informale dello stato ebraico dal più attivo dei regni del Golfo – era un aereo della Etihad che è atterrato all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv con a bordo aiuti sanitari contro il coronavirus che Israele ha passato alla Palestina. Passaggi importanti, catalizzati dagli Stati Uniti, che chiedono agli alleati compattezza contro i nemici comuni.

Martedì la US Navy ha diffuso pubblicamente un messaggio di avvertimento: ha richiesto a tutte le navi che transitano nel Golfo Persico di non avvicinarsi a più di 100 metri dai propri mezzi, altrimenti il rischio è di essere identificati subito come bersagli ostili. Dal Bahrein, CentCom ha spiegato che non si tratta di modifiche alle regole di ingaggio, ma di un warning necessario visto i precedenti. A metà aprile, 11 Seraj — i barchini veloci dei Pasdaran — avevano disturbato una flottiglia americana nei pressi di Hormuz e le unità statunitensi, più forti ma più grosse (che in questi casi significa “goffe”) avevano subito il trolling. Da oggi, se i radar dovessero individuare in avvicinamento imbarcazioni come quelle iraniane, la flotta americana può già avviare la procedura di tiro anche prima di essere attaccata (e sotto questo aspetto un minimo di cambio nelle regole d’ingaggio sembrerebbe esserci, ndr).

D’altronde, due giorni fa il governo di Teheran ha fatto arrivare all’Onu una lettera firmata dal ministro degli Esteri, Javad Zarif, in cui si evoca anche un worst-scenario, “tutte le opzioni sono in considerazione”, se gli Stati Uniti dovessero decidere di interferire con un trasferimento di petrolio iraniano in Venezuela. I due paesi, entrambi in cima alla lista dei cattivi di Washington, sono tra i più colpiti da vari generi di sanzioni americane, e in quanto tali hanno possibilità di mantenere rapporti commerciali reciproci tanto sono praticamente esclusi da ogni business che riguarda gli Usa o i suoi partner.

Secondo Zarif gli americani hanno spostato quattro unità da battaglia navale nei Caraibi e le vorrebbero usare per stoppare le petroliere che dall’Iran sono in viaggio verso il paese sudamericano — il Venezuela ha i giacimenti più ricchi del mondo, ma la crisi interna ne impedisce le estrazioni (uno dei tanti danni che il regime chavista di Nicolas Maduro ha fatto al paese, ndr). D’altronde l’intenzione di prendere misure — magari sabotaggi cyber come quelli visti in questi giorni tra Iran e Israele? — per impedire lo scambio era stata anticipata alla Reuters da un funzionario della Casa Bianca una settimana fa. La vicenda è in evoluzione, e rappresenta una potenziale escalation in slow motion su tutto il dossier iraniano.

Dossier Iran. Messaggi incrociati tra Teheran, Washington e Gerusalemme

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