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Dalla situation room di Twitter passa un ordine operativo di Donald Trump che potrebbe cambiare certi equilibri nel quadrante caldo mediorientale, ma potrebbe essere anche una semplificazione retorica nell’ottica di deterrenza e seguendo la linea della massima pressione. Il Prez dice di aver dato ordine alla US Navy di distruggere qualsiasi nave iraniana compia attività aggressive contro le unità americane.

Non ci sono riferimenti precisi, ma non serve correre troppo indietro nel tempo per trovare un episodio-esempio: il 15 aprile dei barchini dei Pasdaran si sono avvicinati compiendo attività provocatorie tra i giganti statunitensi, che nel Golfo Persico operano una missione di monitoraggio sui traffici del petrolio – elemento critico mai come adesso, visto lo shock di mercato. Undici barchini si erano infilati la scorsa settimana in mezzo a un gruppo pattugliatore americani, fatto di cacciatorpedinieri e fregate, e unità di supporto.

Quei barchini (sia chiamano “Seraj”) sono pensati dagli ingegneri dell’industria militare iraniana come mezzi per compiere operazioni rapide, attacchi simili alla guerriglia, e per questo rappresentano un vantaggio tattico. Gli americani hanno schierato invece pezzi più pesanti del loro arsenale – anche secondo un quadro di deterrenza resasi necessaria lo scorso anno, quando gli iraniani sabotavano continuamente i tanker in viaggio lungo quelle rotte strategiche. I mezzi della US Navy sono meno agili, ma hanno capacità di fuoco notevolmente superiore.

Trump non ha detto nulla a proposito dell’episodio della scorsa settimana, che è tutt’altro che nuovo. Manovre del genere si sono verificate per anni, quando le navi da guerra americane solcavano il Golfo Persico nei pressi alle acque territoriali iraniane – anche prima dell’ultimo schieramento di sicurezza – e l’Iran ha sempre mostrato la sua irrequietezza davanti a quella presenza esterna. La risposta sovranista iraniana era l’invio di quelle navi veloci per molestare i giganti Usa. Di solito, gli incidenti finiscono con avvertimenti del Pentagono, mai con una risposta così severa da parte di un presidente.

Due funzionari hanno informato il New York Times sul procedere – per ora – della catena del comando. Un uomo del dipartimento della Difesa dichiara che non c’è stata alcuna direttiva politica ufficiale da parte del presidente Trump che ordina alla Marina di iniziare a sparare a unità iraniane. Un militare statunitense dice che non ci sono stati altri incidenti con gli iraniani, barche veloci o altro, nell’ultima settimana. Il pezzo del Nyt è firmato da Helene Cooper ed Eric Schmitt, due dei reporter di punta su sicurezza nazionale e difesa, ergo le fonti sono attendibili; e Trump ha più volte sparato annunci via Twitter che sembrano in contrasto con la politica tradizionale, inclusa quella che coinvolge i militar, le regole di ingaggio e le operazioni. Di solito, nel giro di poche ore arrivano spiegazione (smentite?) dall’apparato.

È piuttosto noto infatti che le unità militari americane presenti all’interno di teatri sensibili rispettino precise direttive di “escalation of force“, ossia passaggi per evitare l’uso della forza, perché c’è completa consapevolezza che in certi quadranti una sola parola può infiammare il contesto, figuriamoci una pallottola o un missile. La scala solitamente parte dagli avvertimenti sonori, poi passa ai razzi per la segnalazione e poi alle manovre tattiche prima che un colpo venga sparato, spesso come ultima misura, spesso come avvertimento.

È del tutto probabile che Trump, nell’ottica di una nuova fase di pressing sull’Iran abbia usato una semplificazione. Magari ha confermato la catena di risposta, dove l’attacco è l’ultimo stadio, ma ha passato su Twitter – anche per deterrenza, in um momento in cui il contenimento deve passare anche per le ambizioni spaziali dei Pasdaran? – solo quello. Nei giorni scorsi sempre su Twitter, altare della catena comunicativa del presidente, Trump aveva parlato di informazioni di intelligence a proposito dell’intenzione dei Pasdaran di spingere alcuni dei proxy regionali ad attacchi contro ambasciate americane. In particolare in Iraq, dove sono già successi episodi drammatici negli scorsi mesi.

Tra Washington e Teheran si sta giocando una partita resa ancora più delicata dal contesto creato dalla pandemia. Il governo iraniano ha portato il paese verso uno showdown sul piano dell’indipendenza economica anche contro i rivali interni, e avviato la procedura di richiesta di fondi all’IMF per far fronte alla crisi prodotta dalla diffusione del coronavirus. Gli Stati Uniti, che accusano l’Iran di aver mentito sul numero dei contagiati e creare problematiche per la sicurezza sanitaria, non sembrano intenzionati a concedere l’aiuto perché temono inganni sulla destinazione dei finanziamenti e chiedono alla leadership di abbandonare le spese per esercitare influenza (egemonica) militare nella regione, e usare i soldi risparmiati per aiutare i cittadini e la crescita del paese durante e post-virus.

No Pasdaran! Ecco perché Trump arma gli Usa contro l’Iran

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