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Passano più veloci del previsto i giorni pandemici della Fase 2 e iniziamo a chiederci, anche nelle relazioni internazionali, cosa sia veramente avvenuto nella Fase 1. Come chi dopo una rovinosa caduta si cerca addosso eventuali ferite perché nell’impatto ha provato più spavento che dolore.

È fenomeno umano sforzarsi di dare ex-post un senso alle cose avvenute (soprattutto un trauma o un lutto) ed è comprensibile difesa psicologica il convincersi che alla fine ciò che è accaduto non poteva andare diversamente.

Il Covid-19 ci ha lasciato con molte questioni irrisolte come scatole vuote che adesso cerchiamo di riempire con spiegazioni che le rendano accettabili, prima. Si spera risolvibili, poi.

Una di queste è stato il fallimento della dimensione internazionale multilaterale nel gestire crisi e dopo-crisi pandemico.

Si sprecano gli esempi della inconsistenza di Ue, Nato, Onu – o dei satelliti tipo Oms – e le loro diramazioni continuano a girare a vuoto con rituali interni e per inerzia burocratica, quando oramai è chiaro che i centri decisionali sono altrove.

È la intrinseca debolezza di organizzazioni mai diventate istituzioni, nate per gestire ma non decidere in autonomia. E dei loro vertici incapaci di interpretare un credibile ruolo di leadership. Sono problemi che si alimentano a vicenda in un circolo vizioso continuo che li rende infine cronici e all’apparenza immutabili.

Bruxelles non riesce a decidere velocemente sui fondi di emergenza del Covid-19 mentre il carisma della von Der Leyen sembra avviarsi sul viatico del suo predecessore Juncker, pure arrivato logoro alla fine del suo mandato (iconico e virale il video dove a momenti da fuoco con una torcia alla first lady del Rwanda).

Ad avvantaggiarsi di questa crisi del multilaterale è stato il “bilaterale”, termine vago a seconda dei casi caricato di svariati significati storici ma riferito qui alle relazioni internazionali dominate dagli Stati-Nazione, tornati ad essere assoluti protagonisti della politica mondiale.

Eppure, a ben guardare, quella degli Stati Nazione è una vittoria parziale, conseguenza del crollo fragoroso della dimensione intergovernativa piuttosto che di una netta affermazione assoluta delle singole statualità e delle loro impalcature istituzionali.

Lo dimostra il ricorrente fenomeno cui stiamo assistendo nella pandemia della conflittualità tra Governi centrali e istituzioni periferiche (soggetti federati e\o enti locali), diventata una delle costanti in gran parte degli Stati Nazione, senza distinzione di importanza politica, dimensione o sviluppo.

Davanti alla prima vera crisi mondiale di carattere globale, la principale sfida al protagonismo dei singoli Centri statuali non è arrivata dalle istituzioni sovra-nazionali preposte a “Governare il Mondo” ma da periferie istituzionalizzate al loro interno.

Esse hanno sì partecipato alla gestione attiva della pandemia nei singoli Paesi, ma senza esitare a metterne in discussione il potere centrale in nome di interessi localisti e ravvivate identità regionaliste.

Non sorprende osservare il fenomeno in Stati Nazione “deboli” dove il governo centrale, già da prima del Covid-19 aveva problemi con istanze periferiche  sia per via di tensioni storiche (come la Spagna) o per sistemi amministrativi ambigui per via di un decentramento incompleto (come l’Italia).

A impressionare è piuttosto che nella gestione della Fase 1 del Lock-down lo scontro Centro-Periferia abbia coinvolto anche Stati-Nazione dominanti come Usa, Germania, Russia e finanche la stessa Cina.

Se Angela Merkel ha dovuto ammettere di non potere imporre una omogenea linea di azione contro il Covid-19 ai Landern, reticenti a muoversi in maniera coordinata, negli Usa lo scontro durissimo politico e costituzionale tra alcuni governatori ed il presidente è andato ben oltre l’usuale contrapposizione cui il sistema politico americano è abituato nell’anno delle elezioni presidenziali.

In Russia, Paese che di federale ha poco più che il nome, la gestione della emergenza ha mostrato i limiti di un architettura istituzionale di rigido centralismo che ha dovuto delegare poteri alle regioni per fronteggiare la pandemia su un territorio vastissimo. Questa delega è temporanea ma alimenta quelle istanze regionaliste che nel 2019 si erano fatte sentire insieme a proteste ecologiste contro la eccessiva concentrazione di risorse su Mosca.

Forse la sorpresa maggiore è venuta dal fronte cinese, molto meno unitario di quanto lo si immagini, dove i segnali dello scontro centro-periferia sono stati molteplici e hanno riguardato sia la nota vicenda della stretta su Hong Kong (chiaro segno della necessità di riaffermare platealmente l’autorità centrale sul controllo del Paese), ma anche la meno nota tensione tra Pechino e le autorità regionali di Wuhan nella gestione iniziale del Covid-19. Ora che il tema della responsabilità politica cinese per il virus si sta allargando a livello mondiale, è presumibile che emergano altri segnali e dettagli di questo attrito.

Il caso americano, russo e cinese confermano che, nel perdere la dimensione intergovernativa di legittimazione internazionale come attori unitari, gli stessi Stati Nazione si sono riscoperti più vulnerabili, retrocessi a gestire scontri centro-periferia che pensavano oramai superati e per i quali, ovviamente, non dispongono delle stesse prassi e dei canali consolidati di negoziazione politica, come quelli diplomatici.

Si apre cosi la strada a due rischi opposti. Da un lato, l’affermarsi incontrollato di istanze periferiche che non si accontentino di de-concentramento e de-centramento amministrativo ma sconfinino via via in richieste di estremo autonomismo politico e in alcuni casi si spingano oltre, verso lo spettro del populismo secessionista.

Dall’altro, il rischio che Stati Nazione – appunto perché incapaci di gestire con recente esperienza politica il riemergere di queste istanze localiste –  rispondano con un irritante eccesso di autorità centralista; quando non proprio con la forza.

Entrambi i rischi si stanno già materializzando in questa Fase 2 pandemica e chi strofinandosi le mani si era rallegrato della crisi del multilaterale, dandolo per finito, è bene che si ricreda e corra presto ai ripari.

Quanto descritto sopra conferma l’urgenza affinché nell’eco-sistema politico-istituzionale mondiale venga (e presto) reintrodotto un livello intergovernativo non di sola facciata, efficace sia a legittimare gli Stati Nazionali come attori unitari che a definire gli standard minimi necessari di autonomia e local self-government.

Come accade in un condominio dove i proprietari delle grandi unità immobiliari per esercitare il loro potere di condizionamento sui restanti residenti hanno comunque bisogno di un amministratore terzo che, almeno, convochi le assemblee e coordini i lavori.  Non serve che sia forte. Basta che sia capace ed imparziale.

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