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Mosca non si ritira, anzi rilancia. La missione di medici-militari nel Nord Italia è stata considerata un successo tale dal Cremlino, nonostante le molte polemiche, che il presidente Vladimir Putin ha deciso di estenderla ad altre regioni italiane. Perché? Risponde Giovanni Savino, senior lecturer presso l’Istituto di scienze sociali dell’Accademia presidenziale russa dell’economia pubblica e del servizio pubblico a Mosca.

Savino, perché continuare, e ampliare, la missione in Italia?

Sembra, a dire il vero, che anche in questo caso la richiesta sia partita dagli interlocutori italiani, per una serie di ragioni, dovute per lo più alla lunga consuetudine di rapporti nel settore turistico che alcune regioni in particolare vantano con la Russia. La Puglia, ad esempio.

Cioè?

Cerca da anni di attirare l’attenzione dei russi. Ha introdotto il volo diretto Bari-Mosca, e a Bari si venera San Nicola, cui i russi sono molto devoti. Non a caso la Puglia si è riferita proprio alla Chiesa ortodossa russa. Ovviamente, in Russia come in Italia, c’è chi sta cercando di trarne vantaggio politico.

E intorno alla missione è nato un filone di propaganda mediatica.

Certo, la missione ha dato il via ad operazioni di propaganda e clickbaiting tipiche di alcuni media russi. Un servizio in tv, a tratti delirante, ha mostrato un ospedale prefabbricato in fase di montaggio su uno sfondo palesemente non italiano, tessendo le lodi dei militari in Italia.

L’opinione pubblica russa cosa pensa della missione?

Inizialmente la vedeva di buon occhio. I russi hanno da sempre una certa benevolenza nei confronti dell’Italia. È visto come un Paese culturalmente e politicamente vicino, una simpatia che c’era ai tempi dell’Impero russo, poi dell’Urss e che resiste oggi. Ultimamente però le critiche agli aiuti verso l’estero stanno aumentando. Le risorse in patria sono limitate e la gente inizia a temere che queste missioni abbiano un costo troppo alto.

Com’è la situazione a Mosca?

Continua l’autoisolamento. Si chiama così, e non “quarantena”, per un motivo preciso. Se si chiamasse quarantena, lo Stato dovrebbe proclamare l’emergenza e mettere i soldi. In un momento in cui il Cremlino fronteggia una drammatica crisi del settore petrolifero, non è detto che i fondi si trovino, nonostante il Fondo nazionale delle riserve. Il risentimento è diffuso, e porta alla nascita di estremismi. Fra questi, si fa strada il negazionismo: sempre più gente sostiene che il virus semplicemente non esista.

Lo Stato russo non interviene?

Solo parzialmente, con buona pace dell’immagine della Russia veicolata da una porzione del mondo sovranista europeo. La politica economica russa è una delle più neoliberiste esistenti. Di fronte alle prime rimostranze contro l’insufficiente stanziamento dei fondi, un deputato di Russia Unita ha commentato: “Ma questo popolo non vuole lavorare”? Dovrebbe dare un’idea.

Torniamo alla missione italiana. Il Cremlino la considera un successo?

La missione ha innanzitutto avuto un grande impatto di immagine, e un riscontro in termini di prestigio internazionale. Non è un mistero che una grande potenza come la Russia abbia sempre un obiettivo strategico da perseguire. Di qui, ipotizzare che la spedizione abbia avuto lo scopo di spezzare l’unità della Nato mi sembra eccessivo. Anche perché Mosca ha inviato militari anche negli Usa.

A proposito, perché inviare militari?

Perché sono la cosa più efficiente che esista in Russia. I virologi dell’esercito sono stati inviati per osservare da vicino il ceppo italiano del virus, capire come è fatto, se è mutato.

C’è una contropartita politica? Le sanzioni Ue, ad esempio?

Ormai i russi non nutrono più speranze per una riduzione delle sanzioni. Anche la classe politica sovranista su cui una parte dell’élite russa aveva puntato, Marine Le Pen e Matteo Salvini su tutti, non ha fatto granché per rimuoverle una volta al governo.

È stata avanzata l’ipotesi che lo scopo della missione fosse raccogliere informazioni sull’origine del virus, e sulla sua responsabilità.

È una lettura credibile. La politica internazionale non si fonda più sulla logica dei blocchi, ma delle potenze. Come nel XIX secolo la Germania puntava tutto sull’acciaio e la Gran Bretagna sul dominio dei mari, oggi emergerà la potenza che per prima sperimenterà un vaccino, e risalirà alle origini del virus.

Una leva che potrebbe incrinare i rapporti con la Cina. Oggi in che stato sono?

I rapporti sono da sempre buoni. Ci sono stati ultimamente episodi di incomprensione dovuti alla crisi. A febbraio l’ambasciata cinese a Mosca ha diramato una nota di protesta contro il sindaco perché ad alcuni studenti e lavoratori cinesi è stato negato di prendere l’autobus.

Esiste un fronte filocinese nella politica russa?

In Russia ci sono diversi “partiti” legati a interessi stranieri, cioè che vantano rapporti privilegiati con il mondo imprenditoriale e le élite politiche di uno Stato estero. Esiste il partito tedesco, esiste quello giapponese e ovviamente anche quello cinese. Basti pensare che l’ampiamento della metropolitana di Mosca è stato realizzato in partnership con la Cina.

C’è anche chi teme l’avanzata cinese?

Una parte dell’élite russa, quella più reazionaria, di destra, considera la Cina come un popolo asiatico, a tratti addirittura inferiore, e punta il dito contro presunte mire di Pechino sulla Siberia. Ma la verità è che con il mondo cinese esistono rapporti consolidati. A Mosca ogni università che si rispetti ha accordi di scambio di studenti con università cinesi, le partnership nel mondo infrastrutturale fioccano di continuo, un po’ meno in quello energetico.

Quindi non si può parlare di alleanza strategica di Mosca e Pechino?

Sulla Cina prevale una posizione equilibrata, come dimostrano le analisi geopolitiche pubblicate sul sito del Valdai Club. Certo, non c’è stato lo slittamento di Mosca dall’Europa all’Asia a lungo vaticinato in Occidente. Ricordo che, all’indomani dello scoppio della guerra in Ucraina, in molti immaginarono che la Russia avrebbe deviato la vendita di gas verso Pechino. Sappiamo che non è andata così. E ultimamente si assiste a un affievolimento di alcune posizioni marcatamente antioccidentali da sempre presenti nell’élite russa.

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