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Mentre Giorgia Meloni sta facendo shopping tra i Cinque Stelle, sempre più insofferenti nell’ assecondare scelte governative che non appartengono al loro dna, Matteo Salvini comincia a fare i conti con la sua impopolarità e il calo di consensi della Lega, testimoniato impietosamente dai sondaggi.

Dieci punti persi, in meno di un anno, dal Carroccio pesano. E sono in molti  a chiedersi se il “capitano” sia ancora tale o stia per essere degradato dalla confusione che regna (anche se poco appare), in quel partito che ha perso la brocca l’estate scorsa tra generosi mojto e sfrenate danze al Papeete, regalando, infine, in un momento di inspiegabile euforia, il governo al Pd e innalzando sopra gli scudi l’avvocato del popolo facendone un leader politico.

Fino a quel giorno al Senato, quando Conte pronunciò la sua intemerata contro Salvini, la presidenza del Consiglio era una specie di bivacco ministeriale. Poi il rospo si trasformò in cigno e la storia per Salvini prese un’altra piega. Sulle prime mostrò un’invidiabile capacità di resistenza, ma nel giro di pochi mesi, povero di idee e di iniziative, contraddittorio sull’Europa e sul sovranismo ormai abbandonato, impegnato nel reggere la concorrenza dei Fratelli d’Italia, ha sperperato una dote che in molti ritenevano inattaccabile.

La sola uscita degna di nota degli ultimi tempi è stata quella nella quale ha dichiarato morto e sepolto il centrodestra. A scoppio ritardato, aggiungiamo, posto che il defunto soggetto politico è ridotto in polvere da anni, tanto da tenerlo in vita artificialmente soprattutto nelle competizioni regionali.

Non avendo più un leader riconosciuto, una linea politica condivisa, una strategia da opporre agli avversari per presentarsi alle elezioni in maniera dignitosa e non in ordine sparso come  sembra che accadrà attenendoci ai segnali che arrivano da quelle sponde, la coalizione, che pure era maggioritaria nel Paese, è andata logorandosi per aver smarrito lo scopo ed accentuando i personalismi che ne hanno decretato la fine.

Se si pensa che in Europa i tre gruppi fanno parte di tre schieramenti diversi e neppure lontanamente aggregabili, risulta chiaro come l’impossibilità di collegamenti sia pur banalmente “tecnici” è nell’ordine delle cose. Per di più la suddetta ex-coalizione manca di una personalità a cui riferirsi da proporre come possibile presidente del Consiglio. E non è un dettaglio.

Silvio Berlusconi, molto più realista dei suoi ex-sodali, diventati nel frattempo “parenti serpenti” che nella fiction telegiornalistica si guardano bene dal mandare in onda i loro livori, si è smarcato platealmente da Salvini, ha sostanzialmente preso le distanze dalla Meloni, ha festeggiato il 25 aprile “in solitaria”, ha appoggiato il governo sulla questione del Mes, si propone come campione dell’europeismo scavalcando talvolta perfino quel tale Rutte, premier dei tulipani, e rifiuta di votare la sfiducia al ministro Gualtieri.

Ora se qualcuno pensa che si possa, anche per sbaglio, parlare di centrodestra, è da ricoverare. A dire il vero i soggetti citati non ci pensano neppure, ma neppure immaginano a come strutturare il proprio elettorato, variegato ed ondivago, in vista di elezioni che prima o poi ci saranno, comunque dopo aver  superato il passaggio cruciale della elezione del presidente della Repubblica.

Chi sceglieranno come candidato al Quirinale? Molto dipenderà dal quadro politico in evoluzione. E in questo quadro la figura di Berlusconi è tutt’altro che irrilevante. I suoi “spostamenti progressivi” verso il centrosinistra, o, se volete, l’area governativa, suonano come sconfessione del duo Salvini-Meloni, al puro scopo di costruire un’aggregazione centrista che dialoghi o addirittura stabilisca un patto con Pd e M5S.

Al centro dell’operazione ci sarebbe per il momento Conte che, potendo contare sulla sponda berlusconiana, non temerebbe gli eventuali attacchi di Matteo Renzi, il quale non disdegnerebbe di fare coppia con il leader di Forza Italia. Dunque, una mutazione degli equilibri e degli assetti politici è nell’aria. Un’aria che non dipenderà soltanto dalle convenienze partitiche, ma dal contesto sociale fortemente condizionato dalla soluzione (si spera) della tragedia originata dal coronavirus.

Berlusconi, comunque, molto più di Salvini, è certo che non si potrà ricostruire un centrodestra, neppure a scopo meramente elettorale vista la legge e il dimezzamento dei parlamentari. Per salvare se stesso e quel che rappresenta tenta altre aggregazioni che sconfessano oltre vent’anni di storia politica.

A questo punto Salvini e Meloni non hanno altra possibilità che tentare corse parallele, ma convergenti nel fine di tagliare il traguardo insieme, giocando sulle diversità che si armonizzano nella vittoria e, dunque, nell’elaborazione di un progetto politico fondato sul minimo comun denominatore. In attesa di tempi migliori.

Tanto l’una quanto l’altro devono, insomma, assumere un’identità che comporti l’aggregazione di elettorati vicini, ma non simili. Da questo punto di vista la Meloni è molto più avanti di Salvini al quale oggettivamente manca una visione ed è privo di una cultura politica che pure la Lega, in tempi andati, aveva espresso. Il redivivo Roberto Maroni l’ha fatto capire molto chiaramente di recente, mentre l’insofferenza del governatore veneto Zaia mette pepe in una minestra già piuttosto piccante.

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