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Il cerimoniale e la retorica che da sempre circondano il discorso sullo State of the Union (Sotu), imponendo una tregua istituzionale alle opposte fazioni, questa volta non hanno avuto la meglio. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha parlato di fronte a un Congresso spaccato in due dalla linea Maginot della politica americana: l’impeachment. Non è detto che sia un male per Trump in vista delle presidenziali, anzi, dice a Formiche.net Luciano Bozzo, docente di Relazioni Internazionali all’Università di Firenze.

Professore, si chiama State of the Union ma di unione se ne è vista poca…

Raramente abbiamo assistito a manifestazioni di dissenso così plateali. Trump che rifiuta di dare la mano a Pelosi, Pelosi che straccia il discorso di Trump. Le rappresentanti democratiche vestite di bianco.

Lo spettro dell’impeachment.

Certo, l’impeachment ha spaccato in due il Congresso. Ma la radicalizzazione della politica americana supera il procedimento contro il presidente, e le primarie dem in Iowa lo hanno dimostrato.

Per Trump è una prova superata?

Diciamo che non è stata una mossa vincente per i democratici. Come da pronostici, l’impeachment naufragherà al Senato, la maggioranza repubblicana terrà anche a fronte di qualche defezione. Le primarie democratiche in Iowa hanno rivelato l’effetto boomerang del procedimento.

Come?

Se un dato è chiaro in mezzo a tanta confusione, questo è il declino di Biden. È stato messo fuori gioco dalla corsa dei democratici, forse intenzionalmente. Oggi il discorso dell’impeachment fa il gioco di Trump, gli permette di appellarsi alla spaccatura profonda del Paese.

Trump ha più volte fatto riferimento al pericolo socialista. Teme Bernie Sanders?

Al contrario, credo che speri in una sua vittoria.

Perché?

È il candidato perfetto. Consente a Trump le uscite macroscopiche di cui si è reso protagonista al Congresso. Gli allarmi contro un candidato estremo, che vuole portare il deficit alle stelle e fare a pezzi il sistema sanitario con ricette socialiste. Sanders è il nemico ideale.

Mike Bloomberg no?

Non va sottovalutato. La storia delle elezioni americane insegna che le disponibilità economiche sono una parte non secondaria del processo elettorale e delle chances di successo di qualsiasi candidato.

Al Super Bowl è andato in scena un duello a suon di spot con Trump. Il personaggio mediatico funziona?

Finora non ha mostrato straordinarie capacità mediatiche. In più, la discesa in campo del miliardario dem suona come un’imitazione un po’ maldestra alla discesa in campo dell’outsider Trump nel 2016. Fra il tycoon nuovo e l’originale, gli elettori scelgono l’originale.

Bozzo, si restringe il campo. Chi ha più chances di vincere la nomination dem?

Elizabeth Warren. Fino a qualche settimana fa avrei detto Biden, ma le primarie in Iowa si sono trasformate in un flop, e l’ex vicepresidente non si è mostrato un candidato particolarmente dinamico.

Come da copione, Trump ha parlato molto dell’economia. I dati del governo per il 2019 mostrano un rallentamento della crescita.

C’è stato, ma ha avuto una dimensione globale. L’economia cinese, che è strettamente interconnessa a quella americana, ha subito la stessa frenata nel 2019. Sul piano elettorale, Trump ha gioco facile a presentare i risultati economici, a cominciare dall’occupazione.

Quindi è un cavallo vincente?

L’economia conta moltissimo per vincere le presidenziali. Leggenda vuole che un presidente democratico molto popolare, Bill Clinton, tenesse appeso al muro il cartello: “It’s the economy, stupid”. Altri argomenti, come la politica estera, scaldano poco l’elettorato.

Ma scaldano molto il Congresso, che si è alzato in piedi per applaudire all’unisono Juan Guaidò.

Non sorprende che gli affari esteri attraggano un consenso bipartisan. Anche qui Trump ha qualche carta vincente da giocare. L’uccisione di Soleimani ha avuto un grande impatto sull’opinione pubblica, e il Piano di pace per il Medio Oriente appena presentato ha avuto successo in quella fetta di società che può spostare gli equilibri alle presidenziali. È anche vero che la politica estera si muove in fretta. Da qui a novembre può succedere di tutto.

Vi spiego perché l'impeachment tirerà la volata a Trump. Parla Bozzo (UniFi)

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