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Prima il commercio. Poi il fronte digitale. Ora anche i media. Prosegue senza esclusione di colpi il braccio di ferro fra Stati Uniti e Cina. L’ultima puntata ha come protagonisti i giornali. O meglio, i presunti giornali, visto che non c’è fra le parti unanime consenso su cosa sia un giornale e cosa invece un’arma di propaganda.

Per il Dipartimento di Stato americano, ad esempio, cinque nomi illustri del panorama mediatico filogovernativo cinese, Xinhua News, China Global Television Network, China Radio International, China Daily Distribution Corporation e Hai Tian Development Usa, non sono altro che “missioni estere”, propaggini del Partito comunista cinese. Come tali, ha decretato il dipartimento di Mike Pompeo, devono “aderire ad alcuni requisiti amministrativi che si applicano anche alle ambasciate straniere e ai consolati negli Stati Uniti”. Da ora in poi saranno dunque obbligati a “informare il Dipartimento di Stato della lista del loro personale e dei loro beni immobiliari”.

Quattro dei cinque popolari media cinesi finiti nel mirino degli Usa erano già stati designati per ordine del Dipartimento di Giustizia nel Fara (Foreign agents registration act). Da oggi in poi saranno equiparati a distaccamenti del circuito diplomatico cinese. Il documento svelato in anteprima da Fox News era da tempo all’attenzione delle feluche statunitensi, ma si inserisce in un momento di tensioni fra l’amministrazione Trump e l Città Proibita. Tant’è che la rappresaglia non si è fatta attendere.

A poche ore dalla notizia, questo mercoledì, il governo cinese ha revocato le credenziali per la stampa a tre giornalisti americani del Wall Street Journal: due americani, il vice-capo del bureau in Cina Josh Chin e il reporter Chao Deng, e un australiano, Philip Wen. Il motivo? Formalmente, ha spiegato il ministero degli Esteri cinese, un editoriale del 3 febbraio pubblicato dal Journal, a firma del famoso storico e politologo statunitense Walter Russell Mead. L’articolo criticava duramente la gestione dell’emergenza coronavirus da parte del governo cinese. Ma a mandare su tutte le furie gli alti papaveri di Pechino è stato il titolo, in cui la Cina è definita “il vero uomo malato dell’Asia”. “Il popolo cinese non dà il benvenuto ai media che parlano un linguaggio discriminatorio e razzista e maliziosamente diffamatorio, e che attaccano la Cina” ha tuonato il portavoce del ministero Geng Shuang.

È la prima volta nell’era post-Mao che il governo cinese espelle più giornalisti dalla stessa testata in un solo colpo. Il tempismo dell’espulsione, a poche ore dalle indiscrezioni su Dipartimento di Stato, lascia pochi dubbi sulle dinamiche. A spiegarne il vero significato, anche se l’intento è l’esatto opposto, ci pensa un editoriale del Global Times, costola inglese e di politica internazionale del People’s Daily, il quotidiano ufficiale del Pcc, e giornale divenuto noto per esprimere con toni impietosi quel che gli alti ufficiali del partito non possono dire in pubblico.

“Non ci sono connessioni fra i due eventi”, garantisce il quotidiano, salvo smentirsi subito dopo, quando scrive che “non è del tutto una coincidenza che siano accaduti allo stesso tempo” e che insieme dimostrano che “il conflitto ideologico fra Stati Uniti e Cina si sta intensificando”. Segue una lunga invettiva contro gli Usa, rei di “provocare senza limiti i media cinesi” e di “alienare i rapporti fra il popolo cinese e il governo”. Poi, immancabile, un riferimento a Huawei, il colosso-tech cinese che gli americani vogliono bandire dal 5G. “Basta guardare come Washington abbia fallito nel convincere i suoi alleati ad escluderla dal 5G”, conclude con tono di scherno il quotidiano. Con una minaccia a chiosa finale: “Se gli Stati Uniti si spingono troppo in là, i media americani in Cina dovranno essere i primi a preoccuparsi”.

Tra Washington e Pechino volano stracci (mediatici). Ecco perché

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