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Bologna e Catanzaro, mai così lontane come nelle urne di domenica scorsa: a Bologna resiste la dolce dittatura rossa al comando da 70 anni; a Catanzaro va per aria la maggioranza di sinistra, in sella da cinque anni, in ossequio al principio di alternanza seguito dai calabresi per tutta la Seconda Repubblica.

Questa differenza ha molte spiegazioni, una su tutte: in Emilia le cose funzionano, e la gente ha paura di cambiare; in Calabria niente funziona, e l’elettorato prova a cambiare ad ogni elezione. È la fotografia di quella che Compagna che chiamava “l’Italia a due velocità”, il Nord sempre più rapido, il Sud sempre più lento. È ancora così, è sempre più così.

Ciò spiega il diverso impatto del Movimento Cinque Stelle nel Nord e nel Sud: a Milano l’antipolitica non è mai entrata, la competizione locale è sempre rimasta nello schema bipolare. Gente soddisfatta, i milanesi, con poco tempo per rancori sociali ben sublimati nella competizione. A Sud il Movimento ha surfato in modo spettacolare il rimpianto per l’assistenzialismo statale, e la rabbia per i morsi atroci della crisi e della disoccupazione.

La Calabria ci dice però che quella fase è esaurita. Il reddito di cittadinanza ha sostituito le baby pensioni, ma la resa elettorale è stata episodica: alle elezioni regionali per i Cinque Stelle non hanno votato nemmeno i cittadini calabresi beneficati dal provvedimento. La scomparsa dei Cinque Stelle è il solo punto di contatto tra Bologna e Catanzaro.

Il resto è differenza, a cominciare dal volto della coalizione di centrodestra. In Emilia il centrodestra non esiste per scomparsa del centro: nessuna lista cattolica, Forza Italia ridotta al due e mezzo per cento, praticamente le preferenze di Sgarbi. Avrà anche perso la sfida, ma Salvini in Emilia è la destra, in misura dei tre quarti, laddove il quarto quarto è rappresentato da un’altra destra più a destra di lui (seppure pure più abile e socialmente presentabile).

Al contrario a Catanzaro esiste il centrodestra, col trentacinque per cento dei voti drenati dalle liste centriste, e circa il venti diviso tra le due destre sovraniste, e senza nessuna supremazia leghista.

Berlusconi dice: al Centro si vince, a destra no. È vero, ma a Nord i voti stanno tutti a destra (Forza Italia esiste in parte della Lombardia, nel resto del Nord pesa quanto in Emilia). Diciamo allora più correttamente che il Centro è ancora nel Sud motore e anima dell’alleanza anti-sinistra; nel Nord questo motore non è trainante, ma indispensabile come un turbo da applicare al motore principale, e senza del quale la corsa non si vince.

È sui destini del Centro che si ricompone una possibile unità politica di un Paese mai così scisso tra Nord e Sud: il Centro è determinante al Nord e portante al Sud. Ma è da rilanciare, e non col solito trucchetto di sostituire in tv qualche volto usurato con giovanotti e signorine di belle speranze.

Serve di più: un progetto, un partito, una candidatura a premier. Serve un progetto: non basta dire solidarietà o rivoluzione liberale, bisogna indicare tre proposte che rilanceranno l’economia e ridurranno il divario sociale. Serve un partito vero: non una nuova sigla, ma un luogo di impegno dove le classi dirigenti possano tornare a misurarsi in una lotta democratica garantita da regole vere.

E alla fine serve un candidato premier: non basta dire che Salvini non è il nostro leader. L’elettore ci chiede pure di dire con chiarezza chi vogliamo al posto suo.

All'Italia (e a Salvini) serve il Centro. La versione di Gianfranco Rotondi

Di Gianfranco Rotondi

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