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Per quanto riesca difficile in questi momenti conservare nervi saldi e lucidità di analisi sulle prospettive economiche europee e mondiali, pure è necessario farlo perché il coronavirus – è bene che ce lo ripetiamo ancora una volta –  non segnerà certo la fine del mondo e delle sue civiltà. Ci si sta battendo ormai quasi ovunque con assoluta determinazione contro di esso e continueremo a farlo anche – mi si perdoni l’espressione – con una vera e propria “ferocia operativa” a difesa della nostra specie – sì diciamolo con qualche enfasi – ma è largamente prevedibile che la ricerca e l’industria farmaceutica mondiale ci daranno a breve l’arma per sconfiggerlo, così come già ora ci stanno fornendo alcuni medicinali per attenuarne in determinati casi effetti collaterali fra i più nocivi. E l’Italia, pur con tutte le difficoltà che sappiamo e sulle quali non è il caso di ritornare, sta offrendo un contributo che si rivelerà decisivo, come del resto quello cinese, ad una battaglia frontale, il cui esito, ripetiamolo, è scontato: la vinceremo e non lo diciamo per autoconsolarci, ma perché una ricerca scientifica mondiale che ha consentito di mettere a punto dispositivi terapeutici contro tante altre patologie – come ad esempio buona parte di quelle neoplastiche che sono ben più temibili del Covid-19, lo sappiamo tutti – ci fornirà le armi per sconfiggerlo a breve termine.

Poi si ripartirà, anzi si sta già ripartendo e in Italia, in Europa e in diversi grandi Stati mondiali nei quali non solo si varano piani di intervento a breve termine, ma si annunciano programmi di intervento e di spesa pubblica per certi aspetti giganteschi, secondo le concrete possibilità finanziarie di ogni Paese.

L’Italia – la cui economia (se ne convincano certi nostri competitor) resterà fra le più forti al mondo, pur con tutti i complessi problemi che la caratterizzano – per ridare slancio alla sua ripartenza può disporre di una risorsa strategica che solo pochi altri Paesi possono vantare, ovvero la capacità di lavoro, l’intraprendenza, lo spirito di sacrificio che anche in questi giorni convulsi di sofferenza collettiva stanno dimostrando medici, infermieri, operatori sanitari, operai, tecnici, imprenditori, forze di polizia, addetti ai centri commerciali, volontari, e tutti coloro che sono in prima linea nello scontro frontale col morbo.

Nell’immediato secondo dopoguerra, quando l’Italia uscì dal conflitto da Paese duramente sconfitto – non lo dimentichiamo mai e ricordiamolo ai giovani – invaso, e in gran parte raso al suolo da chi pure ci aveva liberato dalla dittatura nazifascista insieme alle Brigate partigiane, nel giro di pochi anni il nostro popolo lo ricostruì questo Paese, certo con l’aiuto del Piano Marshall, ma contando soprattutto sulla inimitabile risorsa dell’italianità, certo deprecabile nei suoi difetti, ma ammirevole sino alle lacrime quando decidiamo tutti insieme che, come si dice in Puglia, “da mo’ vale”, ovvero da ora ha valore qualunque partita si decida di affrontare con l’impegno di tutti per conseguire un risultato decisivo.

Nel mondo potremmo dire che i cinesi hanno la stessa laboriosità degli italiani, sia pure in un regime profondamente diverso dal nostro; e potremmo discutere a lungo se ciò avvenga malgrado quel regime o grazie a quel regime, dipende dai punti di vista, ovviamente.

Ma se nel secondo dopoguerra gran parte delle infrastrutture e del patrimonio abitativo del Paese era distrutta o gravemente danneggiata, oggi per fortuna non è così e potremmo dire che solo alcuni “abitacoli” della grande “macchina” Italia hanno ridotto la velocità o l’hanno fermata, mentre c’è tutto un tessuto industriale dal Nord al Sud che, anzi, la sta accelerando per aiutare chi sta in prima linea a combattere meglio, e chi sta invece in retrovia (chiuso nelle proprie case) per sopravvivere.

Allora, vanno bene i comunicati quotidiani della Protezione civile, quasi bollettini di guerra come se si stessero combattendo ancora le famigerate e sanguinosissime battaglie dell’Isonzo della Prima guerra mondiale; vanno bene gli analisti con i loro modelli matematici circa l’andamento (ipotizzato) delle curve nazionali e locali della morbilità; vanno bene i confronti fra epidemiologi circa la (possibile) durata dell’epidemia nel Paese, ma per piacere dateci anche sempre più notizie sull’Italia produttiva che resiste, che produce, che continua ad esportare, che lotta per conservare i mercati acquisiti, e su tutti coloro che nelle fabbriche e negli altri luoghi di produzione rendono possibile questo nuovo, splendido “miracolo italiano” in cui spiccano per primi i nostri magnifici medici, infermieri e operatori sanitari che lottano ogni giorno in tutti i nosocomi.

Ma ora chiamano in corsia anche i neolaureati in medicina: e come non paragonarli, a questo punto, ai magnifici ragazzi del ’99 che sul Piave, dopo la rotta di Caporetto, nel tardo autunno del 1917 insieme ai veterani fermarono gli Austroungarici? Allora, non sarebbe (forse) il caso di pensare al conferimento di una medaglia d’oro al valor civile per tutti costoro che in queste settimane con il loro strenuo impegno stanno onorando l’intera Italia?

C'è un'Italia che lavora e resiste, ricordiamolo di più. Il commento del prof. Pirro

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