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Beppe Grillo, che fresco della laurea honoris causa in una secondaria università americana, ama appellarsi “Dottor Elevato”, ha pubblicato stamane, sul suo seguitissimo blog, un post sibillino. Ha cioè riprodotto una poesia di Bertolt Brecht: così semplicemente, senza nessun commento. D’altronde, come l’oracolo di Delfi, Grillo non dice e non nega, ma solamente accenna. Questa volta però il cenno è facilmente decrittabile nel suo significato, ed è esplosivo. Brecht dice, e Grillo implicitamente approva, che “il peggior analfabeta è l’analfabeta politico”. Parole che indubbiamente fanno un certo effetto in bocca al padre di una delle più significative espressioni, non solo italiane, dell’antipolitica contemporanea: il Movimento Cinque Stelle.

“L’analfabeta politico – aggiunge Brecht/Grillo – è così somaro che si vanta e si gonfia il petto dicendo che odia la politica”. Ora, non sappiamo se il garante del Movimento si è reso conto di avere in un solo istante fatto a pezzi l’ideologia fondante dei Cinque Stelle: quell’“uno vale uno” che, trasposto in campo politico, equivale suppergiù all’idea che del potere aveva Lenin quando diceva che, in un regime comunista, “anche la cuoca è in grado di governare”. In altre parole: la politica ridotta a mera amministrazione, abolita in quanto tale (a beneficio dell’economia? O dell’etica? O di tutte queste e altre cose insieme?).

Ora, però Grillo dovrebbe trarre la più evidente conseguenza dal suo discorso: se “il peggiore analfabeta è l’analfabeta politico”, la politica ha bisogno di persone e dirigenti competenti. Ma attenzione: competenti non in genere, quindi non (necessariamente) professori o tecnici, anzi! La competenza che ci vuole in politica è, appunto, quasi una tautologia, la “competenza politica”, che è fatta di esperienza, gavetta, tirocinio, formazione. La capacità di visione e nello stesso tempo il pragmatismo che devono essere proprie dell’uomo politico non si acquisiscono altrimenti.

Tutto bene, allora? Dobbiamo salutare il “rinsavimento” del capo e l’avvenuta “civilizzazione” dei “barbari”?. Beh, ci andrei cauto. Anche perché a volte il diavolo può nascondersi nei dettagli. Se il concetto è chiaro, qualche problema lo crea proprio l’autore della poesia. Bertolt Brecht è stato infatti sicuramente uno dei maggiori autori di teatro e scrittori del Novecento, ma è stato anche la figura idealtipica, diciamo così, dell’ “intellettuale organico” dell’uomo di cultura impegnato (engagée), fazioso, tutto teso ad affermare, prima ancora dei valori universali della cultura, gli interessi di una determinata parte politica. Per adempiere i quali, e per avvicinare l’ora fatale del “regno della libertà” comunista, Brecht, con riconosciuto cinismo, non si faceva scrupoli nel giustificare i più efferati delitti o le nefandezze compiute dai regimi comunisti. Non era stato il suo amico Stalin, d’altronde, a dire che “per fare una buona frittata occorre rompere tante uova”? Col risultato che, nel Novecento, fin troppe uova son state rotte ma della frittata non si è vista traccia. Detto altrimenti: il non “analfabeta politico” a cui pensa Brecht è il politico impregnato di ideologia. Che è una forma anch’essa, a ben vedere, di antipolitica. Come dire: da un estremo all’altro, ovvero la cusaniana coincidentia oppositorum! Chiediamo troppo all’oracolo di Delfi, o all’Elevato se preferisce, di chiarire un po’ di più il suo pensiero?

Caro Grillo, l’analfabetismo politico è da somari, ma Brecht non è l’esempio giusto

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