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Web tax, anche no. Nei giorni del Word Economic Forum di Davos è emersa chiaramente la posizione americana sulla tassa ai giganti del web, Google in testa, che l’Europa vorrebbe applicare tra il 2020 e il 2021: guai a tassare al 3% i servizi offerti dai big della rete o saranno guai per il Vecchio Continente. Altrimenti nuovi e robusti dazi sulle merci piazzate sul mercato americano.

L’EUROPA DINNANZI ALLA WEB TAX

L’Europa al momento sembra voler prender tempo dinnanzi alla fermezza Usa. L’Italia poi, per la quale la web tax, relazione tecnica della manovra alla mano, vale 750 milioni di gettito, la tassa l’ha già introdotta quest’anno anche se la prima rata va versata nel 2021. La Francia invece la applica dallo scorso anno, ma il prelievo potrebbe essere formalmente sospeso in attesa di un accordo internazionale in sede Ocse. Nella sostanza, in caso di stop francese, Roma rischia seriamente di finire isolata sul dossier web tax. L’unico appiglio sarebbe la data di incasso, a 11 mesi da oggi. Un sufficiente spazio di manovra per una retromarcia. Il fatto è che la web tax sembra essere più un cattivo affare che altro, soprattutto per le nostre imprese. Ecco perché.

I DUBBI DELL’ESPERTO

Federico Tenga, co-fondatore di Chainside, una società che aiuta le imprese ad accettare pagamenti in bitcoin è nel gruppo degli esperti blockchain selezionati ministero dello Sviluppo Economico per fornire consulenze su queste materia ed è anche membro del Blockchain Education Network Italia. “In generale – premette parlando con l’Adnkronos – penso che una tassazione in questa direzione sia dannosa perché impatta anche sulle aziende italiane” oltre ad essere “particolarmente negativa per il fatto che in Italia esiste un capitale umano specializzato di laureati e diplomati che la rende competitiva per il mondo dei servizi, tra cui figurano quelli digitali: in questo senso , potrebbe essere controproducente penalizzare il settore”. Ma non solo.

RISCHIO CINA CON LA WEB TAX

Secondo Tenga c’è anche un rischio Cina, tassando i giganti americani. “Ci sono anche rischi a livello geopolitico visto che ormai viviamo in un mondo globalizzato. Non credo che penalizzando i giganti americani del web si possano avere risultati concreti come la nascita di colossi europei. Inoltre tassando Amazon e Google si va indirettamente a favorire i giganti cinesi del Web che più che in Europa operano su altri mercati, soprattutto asiatici. Sarebbero meno intaccati quindi indirettamente si favorirebbero. E non so se questo sia auspicabile”. Pensare che secondo il vicepresidente di Facebook Nick Clegg la web tax rappresenta una vera e propria battaglia per l’anima di internet. “Di sicuro in Cina”, chiarisce Tenga, “è molto più controllato e censurato. Sono contrario al monopolio ma tra i mali di un mercato controllato meglio prevalga la Silicon Valley: forse Ue e Italia rischiano di peccare di provincialismo e di poca visione a lungo termine”. Infine “far divampare una guerra commerciale non fa bene a un Paese che esporta molto come l’Italia, in un situazione di protezionismo il paese verrebbe molto penalizzato”, conclude Tenga

GUALTIERI PUNTA ALL’ACCORDO

L’Italia, come detto, tentenna. Nell’attesa di capire se c’è spazio a un accordo su larga scala. Ipotesi che peraltro piace alla Francia, la quale pur di portare gli Stati Uniti sul terreno di una trattativa è pronta a fermare l’imposta. Da Davos il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ha dettato la linea. “L’Italia punta a un accordo globale per la web tax, ma in assenza di questo accordo scatterà la tassazione italiana a partire dal febbraio 2021. Vogliamo un sistema di tassazione a livello internazionale che consenta di evitare lo spostamento artificiale dei profitti fuori da dove sono stati realizzati”, ha spiegato Gualtieri, precisando che l’imposta è strutturata in modo “che quando ci sarà una soluzione globale questa automaticamente si estinguerà. Se alla fine dell’anno non ci sarà una soluzione globale, riscuoteremo i proventi della nostra tassazione. Tecnicamente questo avverrà a febbraio prossimo”.

Perché la web tax fa male alle imprese (italiane) e giova alla Cina

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