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Un Consiglio dei ministri complicato ha confermato che il clima nella maggioranza di governo non è dei migliori. Alle modifiche delle norme sulle intercettazioni, concordate, si è affiancato uno scontro sulla revoca delle concessioni autostradali, inserita nel decreto Milleproroghe e non votata dai renziani di Italia Viva come la norma sull’innovazione digitale. Tanto che il decreto alla fine è stato approvato “salvo intese”. Dalla gestione provvisoria che toccherebbe all’Anas in caso di revoca all’allarme dell’Aiscat che parla addirittura di incostituzionalità, sembra chiaro che l’aver voluto inserirlo in quel contenitore anziché in un apposito testo più meditato sta aumentando le tensioni. Il testo sull’innovazione digitale è stato bocciato in Consiglio anche dal Pd il cui capo delegazione, Dario Franceschini, ha rimandato a un’intesa in altra sede: il ruolo neanche tanto nascosto di Davide Casaleggio non è andato giù.

In questo clima incandescente è stato approvato il decreto legge che rinvia all’inizio di marzo le nuove norme sulle intercettazioni che modificano la riforma dell’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando, oggi vicepresidente del Pd. Mentre da qualche giorno era stata confermata l’entrata in vigore dal 1° gennaio del blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, punto fermo del Movimento 5 Stelle osteggiato da tutti gli altri partiti di maggioranza e di opposizione, il fatto che già nel vertice dell’8 gennaio si tornerà a parlarne, a norme già in vigore, dimostra che ci vorrà ancora tempo prima di trovare un punto di incontro.

È quanto sta accadendo anche sulle intercettazioni: lo slittamento del decreto legge al 1° marzo consentirà ulteriori approfondimenti e forse modifiche. La bozza approvata dal Consiglio dei ministri riporta nelle mani del pubblico ministero, e non più della polizia giudiziaria, la decisione su quali siano le intercettazioni rilevanti e gli avvocati potranno avere copia delle intercettazioni stesse. Il giudice, inoltre, potrà acquisire quelle considerate irrilevanti dal pm e importanti dalla difesa, così come stralciare quelle considerate rilevanti dal pm ma che il giudice stesso, su istanza o meno della difesa, consideri invece irrilevanti. Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede (M5S), ha definito il decreto uno “strumento irrinunciabile per le indagini”.

Non è finita qui. Il responsabile giustizia del Pd, Walter Verini, ha commentato il varo della riforma Orlando con le modifiche “che erano state concordate” sottolineando tra l’altro la tutela del diritto all’informazione e della privacy e aggiungendo che ora si dovrà discutere della prescrizione, a prescindere dall’entrata in vigore. Lo stesso Orlando in un’intervista a Repubblica aveva definito l’imminente disegno di legge del Pd sull’argomento “un’assicurazione sulla vita” perché è chiaro che i democratici non possono accettare il diktat grillino su quel tema. Un conto è la “bandiera” del Movimento 5 Stelle, un altro è garantire la fine di un processo.

In commissione e in aula non mancheranno scontri con l’opposizione perché il responsabile giustizia di Forza Italia, Enrico Costa, contesta l’uso della decretazione d’urgenza per una riforma delle intercettazioni giacente da un paio d’anni, appellandosi al presidente della Repubblica per fermare “l’aggiramento del Parlamento”.

Nell’iter parlamentare si vedrà la tenuta della maggioranza: il Pd sa che non può pagare pegno su tutto, il M5S cerca di mantenere le ultime bandiere. La mediazione di Giuseppe Conte è sempre più difficile.

Sì alle intercettazioni, rissa sul resto. Così il governo arriva a fine anno

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