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È opportuno fare il punto sulle sempre più complesse vicende dell’ex Ilva dopo gli eventi per tanti aspetti tumultuosi degli ultimi giorni. Procediamo per punti.

Morselli, presidente e ad di AmInvestco Italy – che ha in locazione l’intero compendio del Gruppo siderurgico – nell’incontro svoltosi martedì nello stabilimento di Taranto alla presenza del presidente della Regione Puglia Emiliano e del sindaco del capoluogo ionico Melucci ha comunicato che sono in pagamento le fatture di gran parte delle aziende dell’indotto con il loro scaduto al 31 ottobre, dopo che gli addetti di molte di quelle imprese avevano presidiato per diversi giorni alcune portinerie dell’impianto, a causa dei ritardi nel saldo delle spettanze aziendali che, di conseguenza, avevano impedito ai loro datori di lavoro di corrispondere i salari. Tuttavia da quanto trapela da alcuni imprenditori interessati pare che il saldo del dovuto non sia stato pari al 100% dell’importo, ma al 65-70%. In ogni caso, la situazione che si era fatta molto tesa si starebbe avviando sia pure lentamente alla normalità nel rapporto fra la direzione aziendale e le imprese di subforniture le cui attività ordinarie e straordinarie sono necessarie per il funzionamento quotidiano del grande stabilimento.

Avvocati di ArcelorMittal e della amministrazione straordinaria inoltre hanno lavorato per posticipare il pronunciamento del Tribunale di Milano sull’istanza di recesso presentata dalla holding franco-indiana dal contratto di affitto finalizzato all’acquisto dell’intero Gruppo e sul ricorso urgente contro tale istanza presentato dall’AS. Infatti dopo l‘incontro svoltosi venerdì scorso fra il presidente Conte e i Mittal – che ha individuato un percorso di superamento delle ragioni dello scontro delle settimane precedenti, ventilando l’ipotesi di addivenire ad un nuovo piano industriale e ambientale che non escluda l’avvio di un progressivo processo di decarbonizzazione del ciclo produttivo e un ingresso di capitale pubblico in Am Investco Italy – i tecnici di governo e azienda starebbero lavorando a individuare le linee di tale nuovo piano industriale, il cronoprogramma per avviarlo e completarlo, le risorse necessarie per realizzarlo e gli eventuali esuberi di personale che emergessero alla luce di tale piano.

Questi sono i fatti salienti degli ultimi giorni noti al grande pubblico. Ma su ciò che sta accadendo nella fabbrica e dietro le quinte – pur nel doveroso rispetto della riservatezza sui lavori in corso – alcune domande sorgono spontanee.

La prima: in queste settimane come sta marciando il sito di Taranto? E le materie prime per il suo esercizio – che da indagini della magistratura erano risultate quasi del tutto esaurite – sono state acquistate? E quelle che lo erano già state sono state poi consegnate? Che movimentazioni registra al riguardo l’Autorità di sistema portuale del capoluogo ionico? Inoltre ad oggi e sino a fine anno vi sono commesse per il sito? E l’azione commerciale è tuttora in corso, o è stata rallentata in vista degli esiti della trattativa fra governo e azienda? E le manutenzioni ordinarie sono tutte in corso e i pezzi di ricambio sono stati acquistati?

Circa poi le linee di un nuovo piano industriale, si è appreso che l’esecutivo si sta avvalendo degli expertise del Gruppo Rina che controlla il Csm-Centro di sviluppo dei materiali che era già una struttura della Finsider, ma poi abbandonato dal Gruppo Riva. Il suo amministratore delegato l’Ing. Ugo Salerno ha dichiarato opportunamente che la sua organizzazione: 1) ha conoscenze specifiche dell’impianto di Taranto; 2) che collabora con il Politecnico di Milano e un suo autorevole docente di siderurgia come il prof. Mapelli, già consulente a suo tempo di Bondi; 3) che ha già lavorato con la Morselli alle Acciaierie di Terni: 4) che già collabora con i commissari straordinari di Ilva. Secondo l’Ing. Salerno il percorso  di un nuovo piano dovrebbe innanzitutto “mettere tecnologicamente in ordine quello che c’è, rendendolo ambientalmente compatibile e poi avviare un graduale processo di decarbonizzazione verso un utilizzo del gas e dell’idrogeno. Ma bisognerà conservare l’elevata qualità dell’acciaio che si produce a Taranto, altrimenti non vi sarà partita con i prodotti cinesi”.

Affermazioni queste che rimandano subito alla soglia di capacità produttiva che si vorrebbe conservare nell’acciaieria tarantina, ai costi e ai tempi che il percorso da lui delineato renderebbe probabili, all’ammontare dei capitali di avviamento per il nuovo ciclo di investimenti e ad eventuali incentivi europei per la decarbonizzazione, ed infine agli esuberi di personale che risultassero inevitabili. E una volta stabilito il quadro del cosa fare, con quali risorse, in che tempi e con quali costi sociali, bisognerebbe stabilire poi la percentuale da dividersi fra capitale privato ed eventuale presenza pubblica nella AmInvestco Italy. E ancora, se si stabilisse di comune accordo fra governo e azienda che una partecipazione pubblica fosse utile, quale società a controllo pubblico del nostro Paese dovrebbe assicurarla? Si è detto negli ultimi giorni Invitalia, ma a parere di chi scrive non sembra che questa società abbia le risorse sufficienti per un intervento che, se fosse deciso sia pure in quota minoritaria, dovrebbe comunque assumere dimensioni ragguardevoli. Si impegnerebbero allora capitali della Banca del Mezzogiorno, controllata da Invitalia, ammesso che lo statuto lo consenta? A meno che non si voglia istituire un fondo di dotazione da affidare ad Invitalia per consentirle di entrare nel capitale del soggetto societario di attuazione dell’investimento e di gestione degli impianti. Si tornerebbe così agli anni Ottanta quando governi e Parlamento stanziavano i fondi di dotazione per le partecipazioni statali.

Comunque, il percorso da compiersi verso un nuovo piano industriale che si vuole verificare con buona volontà da parte di governo e azienda, non è detto – per ammissione dello stesso presidente Conte – che sia destinato poi ad avere successo, essendo molti gli elementi di particolare complessità che lo caratterizzano, cominciando proprio dalle ingenti risorse pubbliche e private necessarie per portarlo a compimento. Sarebbe opportuno pertanto che il governo preparasse un piano B perché la comunità tarantina – e con essa la business community meccanica italiana – non può restare in balia di ipotesi che potrebbero rivelarsi alla lunga anche del tutto impraticabili. Tale prudente decisione sarebbe sicuramente apprezzata dall’arcivescovo di Taranto monsignor Santoro, preoccupato come tutti noi di una situazione che continua a presentare forti margini di incertezza.

Ilva, cosa sta accadendo dietro le quinte della fabbrica? L'analisi del prof. Pirro

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