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Ormai è chiaro che Giuseppe Conte deve fronteggiare un’opposizione esterna (e ci mancherebbe!) e anche una interna. E che queste opposizioni fanno riferimento a due leader che si chiamano entrambi Matteo, accomunati da molte cose oltre che dal nome di un evangelista che nella vita era esattore di quelle tasse che loro proprio non amano e che vorrebbero, l’uno, tagliare e, l’altro, “appiattire”. Il presidente del Consiglio, riferendosi implicitamente a loro, ha detto ai giornalisti di non sopportare i prepotenti. Ed è affermazione che indubbiamente gli fa onore: un giudizio morale e comportamentale che conferma il suo essere una persona perbene, civile, dai modi urbani.

Ho l’impressione però che la prepotenza abbia molto a che fare con la politica, oggi più che mai. Certo, gli antichi apostrofavano la smoderatezza degli uomini che non si pongono limiti morali, la tracotanza (hybris) che, rompendo i cardini che sorreggono il mondo, suscita l’ira degli Dèi e genera vendette inesorabili. Ma nel mondo laico e secolarizzato aperto dall’evo moderno, quando l’uomo ha voluto farsi Dio e sfidare come Prometeo il suo creatore, la prepotenza ha generato grosse fortune economiche (l’”accumulazione originaria” di cui parlava il buon Marx) e anche le fortune politiche di capi politici e leader di ogni tipo. Anche di quelli che, a conquista avvenuta, si son mostrati saggi e avveduti uomini di Stato.

Il detto popolare che dietro ogni fortuna c’è un crimine, ma meglio potremmo dire una prepotenza, fotografa bene la realtà prosaica della modernità. Niccolò Machiavelli, cantore dell’ “autonomia della politica”, lodava il Principe che sapeva essere “irrispettoso”, cioè forzare i limiti della realtà e approfittare del momento opportuno (kairos) per curvare le volontà dei più in vista dell’obiettivo per lui primario: fare il proprio interesse. Come può allora difendersi, chi prepotente non è, da questa genìa di uomini? Cosa può fare il buon Conte, coi suoi modi garbati, per fidarsi e “stare sereno” di chi proprio fidarsi a ragion veduta non potrebbe? Non credo altro che considerare l’unilateralità anche della prepotenza nell’economia della realtà. Il prepotente ha un così alto concetto di sé che a volte non fa i conti con essa, non vede i vincoli che gli altri, coi loro privati interessi, pongono alla sua azione.

Il Matteo leghista ci ha dato un esempio recente di questa cecità che a volte avvolge l’uomo politico “irrispettoso”, ma anche l’altro Matteo non capì a suo tempo che non era tanto amato dagli italiani da poter sfidare tutti in nome di una riforma costituzionale mal concepita e ancora peggio spiegata. Una volta compresa l’unilateralità della “prepotenza”, si avrà una visione più compiuta delle cose umane, e anche della politica che ne è lo specchio fedele. Si avrà, forse, quella capacità di sintesi che hanno solo i grandi. Sarà anche un modo per dare corpo a quell’ “interesse nazionale”, che, semplicemente predicato, ha un sapore retorico e assume, agli occhi dei più accorti, l’immagine di una “falsa coscienza” di hegeliana memoria. Come “falsa coscienza” è certamente quella dell’ “irrispettoso” che dice di non esserlo o si trincera dietro un no comment come ha fatto Renzi, nel pomeriggio, in risposta allo sfogo di Conte.

Dell’arte della prepotenza. Perché Conte può stare sereno. Il commento di Ocone

Ormai è chiaro che Giuseppe Conte deve fronteggiare un’opposizione esterna (e ci mancherebbe!) e anche una interna. E che queste opposizioni fanno riferimento a due leader che si chiamano entrambi Matteo, accomunati da molte cose oltre che dal nome di un evangelista che nella vita era esattore di quelle tasse che loro proprio non amano e che vorrebbero, l’uno, tagliare…

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