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Anche se Salvini dovesse concludere l’anno con una vittoria elettorale (in Umbria, l’ultima occasione di voto del 2019) non potrebbe mutare l’esito della competizione “complessiva” che vede un preciso vincitore di questa tornata, vale a dire Bruxelles ed il suo establishment “storico” fondato sull’asse Berlino-Parigi.

L’Europa di Christine Lagarde e Ursula von der Leyen è infatti il clamoroso trionfatore dell’annata politica, che doveva essere l’occasione per ribaltarne gli equilibri per mano dei sovranisti e dei populisti e che invece ha finito per confermare, pur con numeri meno solidi, l’asse di potere tra popolari e socialisti.

Su questo impianto debbono essere lette anche le derivazioni italiane, che sono però di primaria importanza negli equilibri generali e che rappresentano il caso più interessante a livello continentale (insieme alla complessa vicenda UK su Brexit).
Dalle nostre parti sono quattro i fatti di cui tenere conto, che vanno letti in sequenza temporale per essere compresi sino in fondo.

Al primo posto c’è il voto del 16 luglio a favore della nuova presidente Ue che vede il M5S sulla stessa sponda del PD (e di Forza Italia), mentre Salvini e Meloni (ma non i sovranisti ungheresi e polacchi, anch’essi al governo nei loro Paesi) decidono di votare contro.
Da lì discende la fortissima agitazione del leader della Lega (Papeete, do you remember?), che coglie perfettamente il senso di quel voto e inizia a bombardare a tappeto il (suo) governo giallo-verde.
Terzo e decisivo elemento è la nascita del “Conte bis”, prosecuzione logica del voto del 16 luglio con Di Maio che passa dagli incontri con i Gilet Gialli francesi alla guida della Farnesina con la stessa disinvoltura con cui si sceglie prima una caramella all’’arancia e poi una al mandarino.

Infine c’è il terzetto di estrazione PD che va a ricoprire ruoli decisivi proprio all’interno del nuovo schema politico, vale a dire Sassoli alla guida del Parlamento Europeo, Gentiloni alla Commissione e Gualtieri al Mef, quest’ultimo ministro di assoluta garanzia della ritrovata sintonia tra Roma e Bruxelles.

A fine 2019 quindi si può cogliere appieno il senso del trionfo politico di Bruxelles, che caccia i sovranisti dal governo in Italia e Austria, che ne acquista il sostegno in Polonia e Ungheria, che vede i conservatori vincere le elezioni in Grecia senza cambiare la linea nazionale sul fronte Ue e che registra le dure condanne penali per gli indipendentisti catalani in Spagna (vicenda potenzialmente destabilizzante anche a livello continentale).

Una vittoria politica netta, che per quanto riguarda l’Italia si è subito tradotta in un diverso atteggiamento sulla manovra economica: il ministro Gualtieri ha potuto affinarla in pochi giorni di lavoro con il sostanziale plauso della Commissione (e della Bce).
Un punto però dev’essere chiaro a tutti: in tempi di crescita zero in Germania a nessuno è consentito fare fughe in avanti, perché Berlino non intende cedere neppure un millimetro di spazio.

Quindi la manovra italiana è costruita su un solo punto effettivo, cioè evitare l’aumento dell’Iva.
Questo concede Bruxelles: niente di meno ma, soprattutto, niente di più.

Chi ha in mente altro (su fisco, politica monetaria, investimenti, fondi europei) sappia che per arrivarci occorre innanzitutto comprendere le ragioni di questa sconfitta, che è profonda e complessa ad un tempo.

Diciamola diversamente: se Salvini pensava di fare la rivoluzione in tandem con Le Pen ha dovuto assaggiare la risposta di socialisti e popolari, che sono scesi in campo con l’artiglieria e hanno vinto la battaglia.

Essi però vogliono l’Italia in libertà vigilata, perché oltre non è consentito (a nessuno).
Bruxelles vince dunque, ma appoggia un fazzoletto imbevuto di cloroformio alla narici dell’Italia.

Bruxelles ha vinto. Roma si allinea (ma deve stare al suo posto)

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