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Giornate e momenti convulsi, di cui tutti i passaggi non sono ancora chiari ma che hanno visto di fatto emergere tutte insieme le contraddizioni e le tensioni accumulatesi da tempo. Una sorta di “guerra di tutti contro tutti”, ove i protagonisti, quasi non fosse pieno agosto, animano ancora in questi giorni i palazzi romani del potere e dintorni. All’appello manca però un protagonista, che anzi ostenta il suo distacco da tutta la vicenda. Eppure, lui sì che avrebbe ruolo e spessore per dire la sua.

Sto parlando di Giancarlo Giorgetti, il sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio e in pratica il numero due della Lega. Mentre a Roma succede il finimondo, GG, come viene ormai chiamato, se ne sta tranquillo in vacanza in montagna e con il telefonino che prende. A tratti. Sta lì e lì intende restare, ha fatto sapere.

Ora, Giorgetti è politico troppo accorto e di lunga data per non misurare le conseguenze delle sue scelte. E nulla sembra avere un senso politico forte quanto la sua ostentata lontananza dalla politica in questi giorni. In verità, i suoi distinguo li aveva già appalesati da diversi mesi, tenendosi fuori dai “teatrini” e facendo capire, e anche dicendo esplicitamente, che se fosse stato per lui la Lega avrebbe dovuto rompere subito l’alleanza di governo con i Cinque Stelle. Non per motivi ideologici o personali: questo, a un pragmatico come lui, interessa poco. Ma per il semplice motivo che non si può governare o fare qualcosa con un movimento che fa del no, del rinvio, del non fare, una linea politica. E che fosse così, lui uomo anche di macchina, lo aveva potuto verificare direttamente in cabina di regia. Suppergiù le stesse cose che dice in queste ore Salvini, che però nella sostanza al suo vice non ha mai dato retta e non ha mai avuto, in questi mesi di polemiche continue, il coraggio o la volontà di rompere con l’alleato. Giorgetti, che è uomo d’onore, ha incassato e ha abbozzato, e mai avrebbe tradito il suo segretario, ma intanto il suo distacco psicologico dal “teatrino romano” era sempre più evidente: lo si leggeva quasi in faccia.

In verità, la differenza fra lui e Salvini è direi quasi antropologica: tanto riflessivo e appartato il primo, quanto impulsivamente aggressivo e mediaticamente efficace il secondo. Tutto sommato avrebbe potuto essere un mix vincente, dato che in politica, come ci ha insegnato messer Niccolò, ci vuole sia la volpe sia il leone. In tutto questo, nemmeno con Giuseppe Conte, con cui pure avrebbe dovuto lavorare in team a Palazzo Chigi, i rapporti di Giorgetti sono stati idilliaci. E forse pesava in questo anche l’appartenenza a due mondi lontani: tanto legato ai territori e all’Italia che produce e si industria l’uno, tanto a suo agio ed efficace nei palazzi romani il secondo. La quadra sembrava essere stata infine trovata quando è venuto fuori il suo nome come candidato italiano ad un posto di commissario europeo: era una sorta di “promoveautur ut amoveatur”.

Sia Salvini sia Conte, l’uno in politica e l’altro nelle istituzioni, si sarebbero infatti “liberati” di un numero due alquanto ingombrante, il quale però probabilmente a Bruxelles avrebbe conquistato la fiducia degli euroburocrati e avrebbe portato vantaggi sia al governo gialloverde sia all’Italia. L’operazione è però abortita, e soprattutto GG ha fatto sapere di non essere interessato a quel posto direttamente al Presidente della Repubblica, il quale lo ha ricevuto al Quirinale in modo del tutto inusuale e con molta cordialità. Un incontro che ha molti possibili significati, e non solo quello forse banale che uno dei suoi sponsor per la carica europea era forse proprio Sergio Mattarella. In sostanza, Giorgetti è diventato una “riserva della Repubblica”, un leghista “dal volto umano” e con il senso delle istituzioni. Chissà che molto presto il suo telefono non squilli e sia costretto a tornare di corsa a Roma? Ieri in tarda serata si è diffusa una notizia palesemente falsa sulle dimissioni di Conte e su un incarico a lui affidato. Che qualcuno stia cercando in anticipo di bruciarlo?

Giorgetti, a lui l’Oscar per il miglior attore non protagonista della crisi

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