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Il Mediterraneo allargato (fino allo Stretto di Hormuz) si sta popolando da anni di nuovi attori e crescenti minacce. Alleati, partner e avversari hanno aumentato la loro presenza sui mari, potenziando le rispettive flotte e mostrando ambizioni non sempre coincidenti con gli interessi italiani. Per questo, la Marina militare è chiamata a un ruolo da protagonista, per cui però servono risorse, mezzi e supporto istituzionale. È la strada tracciata da Giuseppe Cavo Dragone, l’ammiraglio che da poco più di un mese ha ereditato da Valter Girardelli l’incarico di capo di Stato maggiore della Forza armata. Nonostante l’imminente pausa estiva per i lavori parlamentari, la sua audizione alle commissioni Difesa di Senato e Camera è stata condita da numerose domande di deputati e senatori, a testimonianza della grande attualità dei dossier marittimi.

LA CENTRALITÀ DEL MEDITERRANEO

In oltre un’ora, l’ammiraglio ha presentato le linee programmatiche della sua Marina militare, muovendosi tra le sfide sempre crescenti e le esigenze per risorse e mezzi adeguati, passando tra i rischi di escalation nello Stretto di Hormuz e i possibili sviluppi (o inviluppi) della missione Sophia nel Mediterraneo. Il punto di partenza è riassunto nelle parole del presidente Sergio Mattarella in occasione della recente Festa della Marina, ricordate in apertura da Cavo Dragone: “La Marina costituisce con i suoi mezzi tecnologicamente avanzati, i suoi uomini e le sue donne, uno degli assetti di eccellenza; il mare rappresenta sempre più una dimensione strategica e, per il nostro Paese in particolare, posto al centro del Mediterraneo, una risorsa imprescindibile”.

MARI SEMPRE PIÙ AFFOLLATI…

Difatti, ha spiegato l’ammiraglio, “viviamo una fase storica di forte accentuazione della dimensione strategica del mare”. Nello specifico, “Stati Uniti, Cina e Russia, ma anche Iran, Egitto e Turchia, sono impegnati nella corsa ad acquisire il controllo delle cosiddette Sea lines of communication”. Sono le linee nevralgiche del mare, dove corrono interessi economici e strategici, e si addensano fenomeni di instabilità e deterrenza. Si tratta ad esempio di “traffici illeciti, terrorismo e pirateria”, minacce che popolano i nostri mari e riguardano direttamente il nostro Paese. L’Italia, ha notato Cavo Dragone, “ha nel Mediterraneo allargato l’area di primario interesse: copre non solo il mare nostrum, ma anche il Mar Rosso, il Mar Arabico e il Golfo di Guinea quali arterie essenziali del commercio internazionale tra Europa e Asia”. Per la Penisola ha un valore rilevantissimo, considerando che “l’80% del nostro commercio si muove via mare, che abbiamo l’undicesima flotta mercantile del mondo e la terza flotta peschereccia europea”.

…E MINACCE SEMPRE PIÙ COMPLESSE

Agli interessi si sommane le sfide: “I flussi illegali, la sempre incombente minaccia terroristica e la pressione migratoria dal nord Africa, la quale è solo l’effetto immediato dello squilibrio demografico tra nord e sud del mondo”. Nel dettaglio, “l’Isis è risolto in Libia, a testimonianza della resilienza di un fenomeno terroristico che si trasforma e si adatta, e che non può certamente considerarsi estinto”. C’è poi “il contrasto turco-cipriota, riaccesosi sullo sfruttamento delle risorse marine, mentre sullo sfondo analoghi confronti perseverano tra Libano e Israele, e tra Kenya e Somalia”. Per tutto questo, ha chiosato l’ammiraglio, “l’Italia non può esimersi da giocare ruolo da protagonista nel Mediterraneo”. Difatti, “la minaccia viene dal mare e lì dobbiamo essere pronti”.

LE ACQUE CALDE DELLO STRETTO DI HORMUZ…

Lo dimostra la cronaca più recente, tutta concentrata sul surriscaldamento delle acque dello Stretto di Hormuz, sul confronto tra Stati Uniti e Iran e sui rischi di escalation che emergono da settimane. Il risultato, ha spiegato il numero uno della Marina, “è che lo Stretto di Hormuz si presenta come un focolaio di tensioni dagli sviluppi imprevedibili, per il quale si sta ventilando l’ipotesi di un pattugliamento navale internazionale per assicurare la libertà di navigazione”. Lo sforzo contro l’assertività di Teheran messo in piedi dagli Stati Uniti punta a coinvolgere gli alleati. Da Berlino è arrivata oggi la notizia di una richiesta Usa al governo tedesco, da sommare a quelle già pervenute a Parigi e Londra. In tal senso, Formiche.net promuove da giorni un appello affinché il governo compia una scelta di campo a favore di una postura più nettamente occidentale, il ché si traduce anche nell’essere a fianco di Stati Uniti e Regno Unito per contenere l’aggressività dell’Iran.

…E IL RUOLO ITALIANO

Per ora, nulla si muove, ma l’ipotesi di un coinvolgimento italiano non è stata scartata da Cavo Dragone. “Nell’aria limitrofa – ha ricordato – abbiamo un’unità navale per sei mesi all’anno nell’ambito del dispositivo Atalanta”, la missione dell’Unione europea per contrastare la pirateria nell’area del Corno d’Africa. Tale sforzo, “se richiesto, potrebbe agire a doppio cappello e dare una mano al pattugliamento qualora il governo ne ravveda la necessità”. L’ammiraglio conosce bene il contesto, avendo pattugliato quelle stesse acque (“da giovane”) a bordo di un cacciamine italiano fino a guadagnarsi l’appellativo di “duca di Hormuz”. È “un crogiolo di attività e un’area di estremo interesse strategico per l’Italia, e infatti ci siamo già stati tante volte”. In ogni caso, “per ora non ho avuto alcun innesco da parte del governo, né ci sono attività di pianificazione”. Resta “il controllo a livello di intelligence portato avanti anche da noi marinai”.

IL PROBLEMA DEL PERSONALE

Nel complesso, il quadro è intricato. Oltre Hormuz, “ne Mediterraneo e nel Golfo persico stiamo assistendo a un diffuso rafforzamento dello strumento navale come non avveniva da molto tempo: Francia, Spagna, Turchia, Algeria, Egitto ed Emirati hanno programmato ed effettuato importanti investimenti nell’industria navale e subacquea”. L’Italia può contare sulla Legge navale del 2015, che mantiene il Paese “allineato a una tendenza più che generalizzata”. Tuttavia, ha rimarcato Cavo Dragone, “una Marina militare all’altezza non può prescindere da alcune premesse che riguardano il suo finanziamento”. In primis, “c’è il mantenimento del personale su livelli adeguati”. L’obiettivo attuale è raggiungere 26.800 unità entro il 2025, ma è un target “fissato in una fase storica diversa e oggi non appare realistico rispetto alle esigenze e agli impegni della Marina”. Basti pensare, che il Regno Unito ne conta 39mila, la Turchia 44mila, la Francia 35mila e la Spagna 26mila, seppur presente “in un terzo dei teatri che stiamo affrontando noi”. Dunque, sulla scia delle richieste già pervenute da Valter Girardelli, Cavo Dragone ha ribadito un’esigenza di almeno “30mila militari”.

MEZZI E RISORSE FINANZIARIE

Poi, c’è la questione dei mezzi, su cui spicca la “disponibilità della capacità di portaerei che da noi è prevista venga equipaggiata con 15 F-35B, realtà operativa comune a gran parte dei Paesi alleati e componente fondamentale per integrazione e interoperabilità dello strumento militare nelle dinamiche atlantiche”. La capacità operativa della portaerei è “una priorità strategica”, che “se non ci saranno ritardi, sarà conseguita nel 2023″ quando Nave Cavour dovrà essere dotata di “otto velivoli imbarcati e dodici piloti”. Ciò presuppone, ha rimarcato Cavo Dragone, “che ci servono piloti in addestramento e aerei che devono essere consegnati”. Ma le esigenze sono tante, e comprendono anche i sottomarini (che sempre di più affollano il Mediterraneo), i cacciamine e i pattugliatori polivalenti d’altura, per cui l’ammiraglio punta a “esercitare immediatamente” l’opzione per le tre unità oltre le sette già dotate di commessa. Il tutto dipende dalle “risorse finanziarie: una sfida da affrontare in un quadro ampio e innovativo”. Difatti, ha spiegato l’ammiraglio, “la mia convinzione è che le prospettive finanziarie, tecnologiche e industriali offerte dall’Unione europea, con Pesco e Fondo europeo di difesa, offrano potenzialità importanti che dobbiamo saper cogliere al meglio”. La chiave di volta è “un approccio di sistema, che coinvolga l’industria, le articolazioni della Difesa, le amministrazioni, la rete estera e soprattutto che abbia il pieno supporto delle istituzioni”.

TRA MISSIONE SOPHIA…

Nel frattempo, nel Vecchio continente rimane insoluta la questione relativa alla missione Sophia nel Mediterraneo. Con lo stop alle navi “la missione non è depotenziata, ma cambiata nella sua conduzione”. Al momento, ha spiegato Cavo Dragone, “lavoriamo parecchio con attività area, di ricognizione, e di addestramento nei confronti della Guarda costiera e della Marina libiche”. Più che l’operatività, ha aggiungo, “il problema appurato da tutti è la necessità di una revisione per equi-distribuzione e bilanciamento dello sforzo di ricezione del personale che viene sbarcato”. Per ora, la questione è procrastinata fino a fine settembre. Poi, “può succedere tutto”, ma intanto “l’Italia ha messo l’Europa di fronte a determinate necessità”.

…E DECRETO SICUREZZA BIS

Sul fronte interno invece, sta facendo discutere lo stallo sulla Nave Gregoretti ferma al porto di Augusta, mentre il decreto Sicurezza bis ha introdotto la facoltà da parte del Viminale di ordinare la chiusura dei porti per motivi di ordine pubblico. Cavo Dragone ha evitato di entrare nel merito della questione, senza esimersi tuttavia da una sottolineatura per nulla scontata: “Ho visto i ministri interessati decidere all’unanimità quali azioni intraprendere; non ho notato né scollamenti né antitesi; il decreto è entrato in vigore, è stato votato ed è diventato elemento del nostro ordinamento; i ministri interessati, Interno, Difesa e Trasporti, hanno preso decisioni comune senza discrepanze o posture centrifughe dopo l’approvazione”.

Pronti a presidiare Hormuz (se il governo vuole). Parola di Cavo Dragone

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