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Un brutto accordo è sempre migliore di un accordo mancato. Vista la situazione a cui è giunta l’Europa, dobbiamo sforzarci di leggere positivamente l’intesa raggiunta al vertice del 2 luglio, che non è poi diversa nel metodo e nel risultato rispetto a quanto fatto in passato. Perciò appare fuorviante gridare allo scandalo. Anzi riteniamo positivo che, dopo lunghi rinvii, che prefiguravano un nuovo blocco dell’Unione, il Consiglio abbia trovato una quadra per avviare l’iter della nuova “legislatura”.

DONNE AL POTERE

Unica novità positiva: per la prima volta due donne arrivano ai vertice dell’Ue, ma non sarà certamente questo che cambierà la sua sorte. Diversi invece gli aspetti negativi. Uno, anche se simbolico, ma privo di base giuridica e politica, riguarda la mancata indicazione del candidato del partito di maggioranza alla presidenza della Commissione, com’era stato indicato prima delle elezioni. Gli altri aspetti rappresentano una ripetizione di quanto fatto finora. Ad esempio, il metodo adottato non è stato una sorpresa rispetto al passato; solo che l’ipocrisia è stata tanta è stata tanta da apparire insopportabile, perché questa volta ci aspettavamo un cambio di passo, un rovesciamento del metodo e dei contenuti.

NOMINE DISCUSSE

La scelta dei candidati alle massime cariche dell’Unione, secondo noi, doveva essere preceduta o accompagnata dalla presentazione di un programma da parte della maggioranza che si è formata tra i governi e trasmessa al Parlamento, relegato, come d’abitudine, al ruolo di esecutore. Ciò avrebbe dato un segnale di cambiamento nella scelta delle persone e dei contenuti su cui la maggioranza si fonda, o meglio si sarebbe dovuta fondare. Per altri aspetti, invece, si è fatto un passo indietro, come, ad esempio la riedizione del duopolio Germania-Francia, che di fatto ha imposto le sue scelte a tutti. Inoltre in questa occasione la Merkel ha superato se stessa: prima sceglie ed impone a tutti la sua presidente della Commissione, poi in Consiglio non la vota, come si trattasse di una candidata “subita”, pensando di salvare la sua alleanza con i socialdemocratici in Germania ai quali aveva prima offerto Timmermans, sapendo che sarebbero stati altri paesi a bocciarlo! Mentre Macron, una volta raggiunto l’obiettivo di tornare al tavolo con i tedeschi, il vero tallone di Achille della Francia, vittima di un complesso di inferiorità, sembra appagato. Infatti dove sono finite le sue proposte di cambiamento dell’Eurozona e dell’Unione? Le rilancerà subito dopo? Sempre meglio comunque del nostro presidente del Consiglio, il quale pur di illudersi di stare al tavolo decisionale, co-partecipando ad una finta scelta comune, ha respinto la candidatura di Timmermans, l’unico, invece, che avrebbe potuto imprimere un cambio alle politiche economiche e sociali dell’Unione economica e monetaria.

IL RUOLO DI CONTE

Giuseppe Conte si è stato dato la zappa sui piedi da solo, visto che siamo un Paese sotto osservazione continua. Sarebbe stato opportuno, inoltre, ed era ciò che ci aspettavamo, che il Consiglio e il Parlamento avessero presentato un programma, con l’indicazione delle politiche che l’Unione avrebbe voluto adottare e realizzare nel prossimo quinquennio, in particolare in campo economico, sociale, del lavoro, delle immigrazioni e, cosa ancora più importante, una tabella di marcia con l’indicazione dei principali cambiamenti di cui l’Unione ha bisogno, viste le lacune emerse in questi anni durante le diverse crisi che si sono succedute. Si è trattato di vere e proprie deflagrazioni che hanno prodotto danni enormi e hanno messo in crisi particolarmente l’Eurozona, a causa dei suoi limiti congeniti, che vanno assolutamente eliminati. Pochi ne parlano e ne hanno parlato sinora, anche durante la campagna elettorale.

NESSUNA VITTORIA

Ci potremmo ancora attardare, come fanno molti commentatori, a ricercare vinti e vincitori nei fatti di cronaca politica, nella descrizione dei riti comunitari o del carattere dei candidati. In verità, sinora, stiamo assistendo alla solita gara, tra brocchi, montati anche dalla stampa, da cui è difficile o inutile dedurre chi ha vinto. Non penso che ci siano dei vincitori tra i “protagonisti” di questi giorni, né a livello politico né tra i governi. Non c’è molto da cantare vittoria, da parte di nessuno. Di sicuro un perdente c’è ed è l’Europa, anche se non è una novità. Naturalmente siamo solo agli inizi. Vogliamo ancora sperare in un ravvedimento. Bisognerà vedere quale sarà la Commissione, come sarà accolta dal Parlamento, così come la Presidente designata. Una designazione inaspettata, che rischia di lasciare tutto immutato, che non offre particolari speranze, anche se è bene aspettare prima di esprimere giudizi definitivi.

Molto dipenderà dal Parlamento e dal coraggio che avranno i singoli parlamentari, non tanto verso la Presidente o i Commissari, quanto piuttosto verso i Governi, gelosi della loro autonomia, senza finire col rassegnarsi a vivere nella “bolla” e nell’aria ovattata, autoreferenziale, di Bruxelles. Bisognerà vedere se saranno capaci di incalzare il Consiglio e/o di farsi promotori di un confronto serrato per indicare le priorità politiche del prossimo quinquennio e avviare una iniziativa politica, diciamo, “costituente”, con chi ci sta, per completare l’Eurozona e trasformare l’Unione. Una iniziativa in grado di affrontare la questione della democrazia e del processo decisionale dell’Unione, un processo ormai anacronistico ed insopportabile, che, se non cambiato, finirà con l’affossarla. Un processo che deve coinvolgere i cittadini, prima e dopo le decisioni prese. Aspettiamo il Parlamento alla prova, nei prossimi mesi. Ma la svolta “politica” e di metodo deve avvenire già nei prossimi giorni. Ed è possibile, a condizione che il confronto-scontro sia leale e costruttivo, sul merito delle questioni, con un abbassamento dei toni anche da parte di quei paesi che, in cuor loro, pensano di aver vinto. Noi pensiamo che non si vinca nulla in base ai posti acquisiti, come si trattasse di una gara sportiva tra paesi, continuando a lasciare alla Commissione, e alla stessa Unione, il suo ruolo di “ragioniere”, di puro contabile, senza offrire una prospettiva, una visione e senza spiegare seriamente ai cittadini le ragioni di fondo dello stare insieme.

Il Gattopardo a Bruxelles

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