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Le sanzioni di Trump sul petrolio iraniano potrebbero condurre ad un Iran indebolito ma al contempo potenzialmente marginalizzato e quindi più aggressivo. In fondo è un assist a Israele ed Arabia Saudita, che rischia di spiazzare l’azione diplomatica condotta dall’Ue.

Così Nicolò Sartori, responsabile del programma “Energia, clima e risorse” dello Iai, ragiona con Formiche.net su perimetro e conseguenze della decisione americana relativa al greggio di Teheran.

Prezzo del petrolio ai massimi dopo la decisione di Trump di azzerare l’export dall’Iran: quali le conseguenze?

Ai massimi è vero, ma tutto sommato non una crescita così esponenziale. In fondo abbiamo il Brent a 75 dollari al barile nonostante la situazione in Venezuela, la crisi in Libia e la guerra in Siria. Il quadro geopolitico è abbastanza critico e la risposta del prezzo del greggio è sì rilevante ma dieci anni fa in una situazione politica simile sarebbe andata molto peggio, magari anche fino a 200 dollari al barile. Oggi è cambiato qualcosa nei fondamentali di mercato, quindi la risposta è diversa. Per cui metterei l’accento su una nota positiva.

Possibili ripercussioni?

Un blocco delle sanzioni per chi acquista petrolio iraniano rischia di innescare meccanismi e spiazzare l’esportazione iraniana, limitando così l’offerta sul mercato e alzando i prezzi in prospettiva. Ma, ribadisco, i prezzi si sono alzati moderatamente e non in modo drammatico.

Italia, Grecia e Taiwan da tempo però avevano già interrotto le importazioni di petrolio dall’Iran: per cui Roma cosa rischia?

Poco, è abbastanza tranquilla credo, dal momento che ha da tempo diversificato il suo approvvigionamento di greggio, a differenza del gas dove i fornitori sono molto più limitati e le importazioni più concentrate. L’Iran, non va dimenticato, potenzialmente è un grandissimo mercato energetico ma, come detto, il portfolio italiano è davvero diversificato grazie ad almeno 25 fornitori, ovviamente ciascuno con peso specifico diverso. Per cui le nostre forniture sono al sicuro.

Effetti a lungo termine sull’andamento della quotazione petrolio sono da escludersi?

La questione è interessante perché il mercato di oggi non è come quello di ieri. C’è la capacità dei singoli produttori americani di shale di avere un ruolo diverso, essendo molto più elastici rispetto alla tradizionale industria del petrolio. Quindi di fronte ad un segnale di prezzo che si alza, in teoria loro sono in grado di rispondere con una maggiore produzione.

Cosa attendersi in concreto?

Posso aspettarmi che ci sia un’ulteriore reazione sul fronte Usa nei confronti di questa crescita di prezzo, ma non credo possa continuare in eterno. In caso di prolungato assottigliamento del margine tra domanda e offerta potremmo sperimentare un andamento dei prezzi ancora verso l’alto.

Verranno spente quindi le ambizioni di egemonia iraniana nella macroarea?

Non penso che le sanzioni siano lo strumento per spegnerle, sono solo un modo per esacerbare le tensioni e accendere gli animi. Potremmo al limite avere un Iran indebolito economicamente, ma al contempo potenzialmente risentito e quindi più aggressivo, che va a cercare al di fuori dai propri confini quel riscontro che internamente non ha, sfogando così queste tensioni in un Medio Oriente ancora più instabile. In fondo la mossa di Trump è un assist a Israele ed Arabia Saudita, che rischia di spiazzare l’azione dell’Ue.

Cosa cambia nei rapporti geopolitici attorno all’Iran?

Anche l’Ue, che aveva tentato di favorire un accordo per una reintegrazione dell’Iran, resta spiazzata ed è continuamente indebolita, perché sempre meno capace di agire anche per vicissitudini interne. Penso al nuovo ciclo istituzionale e al nuovo commissario per gli esteri di cui ancora ovviamente ignoriamo il profilo e la visione che avrà, mentre Federica Mogherini si era spesa molto su quel dossier. L’accelerazione di Trump rischia di rendere ancora più vana l’azione dell’Ue. D’altro canto chi ne beneficia maggiormente sono i tradizionali alleati Usa, come Israele e Arabia Saudita che sulla carta potranno trarre un grosso vantaggio dall’isolamento iraniano. Sullo sfondo però resta una regione che è più vulnerabile e più soggetta a tensioni.

L’aumento del petrolio potrà incidere in Italia sull’inflazione e quindi sulla contrazione del potere d’acquisto e dei consumi?

In un certo senso sì, se i valori dovessero aumentare. Non dimentichiamo che il petrolio è usato nel settore dei trasporti, inoltre influisce per il 30% nella componente greggio/prezzo della benzina. Per cui sicuramente può incidere, ma non è il problema principale dell’Italia, della nostra economia e del nostro potere d’acquisto. Soprattutto non è questo aumento del petrolio alla base del fatto che la performance italiana del 2019 sarà ancora negativa. Ci sono altre questioni più strutturali che influiscono.

Alla luce di questi dati e di quelli più generali dell’ultimo lustro, le politiche intraprese da Eni/Descalzi vanno nella giusta direzione?

Le politiche dell’Eni attuate dopo il 2011 in Libia e dopo il 2013 in Ucraina/Russia sono state mirate alla diversificazione geografica del portfolio, guardando particolarmente all’Africa occidentale. Inoltre sono di quest’anno i nuovi accordi siglati nel Golfo, uscendo dal mercato iraniano: sul fronte oil si tratta di mosse sensate. Dal punto di vista delle fonti si registra un ampio focus sul gas naturale e un’attenzione crescente alla sensibilità e all’economia circolare per integrare gas e rinnovabili. Per cui la guida di Descalzi ha portato scelte attente ai fronti geografici e lungimiranti nel lungo periodo per la diversificazione.

twitter@FDepalo

 

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