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Sarà rimandato alla fine di aprile l’incontro con cui il presidente americano Donald Trump e il suo omologo cinese Xi Jinping avrebbero dovuto – almeno formalmente – chiudere la cosiddetta trade war, lo scontro commerciale (terreno in cui il confronto globale tra i due Paesi è sfociato). Tre fonti informate sull’agenda presidenziale americana (e sui negoziati in corso tra le due delegazioni) hanno rivelato lo slittamento alla Bloomberg e poi altre testate americane hanno ripreso la notizia tramite i propri insider.

Possibile che durante gli incontri di questi giorni – una fitta rete di contatti per chiudere un qualche genere di accordo che i due leader dovrebbero firmare – si sia reso necessario più tempo. Le due parti parlano di processi positivi, progressi significativi che potrebbero soddisfare entrambi i fronti, ma il vertice che doveva essere ospitato a Mar-a-Lago, il buen retiro trumpiano a Palm Beach, è per il momento saltato a data da definirsi.

Secondo alcune informazioni, sarebbe stato lo staff presidenziale cinese ad aver dirottato l’idea di allungare il viaggio con cui Xi toccherà diverse capitali europee (tra cui Roma) fino alla Florida, perché Pechino vorrebbe che l’appuntamento prendesse la dimensione della visita di Stato, e non di un incontro semi-informale con cui ratificare un accordo commerciale sotto i flash dei fotografi.

È comprensibile il motivo: Trump – in stallo su diversi dossier, l’ultimo i negoziati nordcoreani, dopo essere tornato abbozzato sotto il profilo dell’immagine dal summit vietnamita – ha bisogno di una photo-opportunity per consegnare ai suoi cittadini una qualche vittoria. La firma di Xi su un accordo quadro con cui limare il tanto criticato sbilancio commerciale sarebbe stata la scenografia perfetta con cui rassicurare gli elettori, seguendo l’ottica dell’America First (l’accordo dovrebbe prevedere infatti maggiore spesa per l’importazione cinese di prodotti americani, e dunque, semplificando, garantire l’immagine di un presidente che porta lavoro negli Stati Uniti).

Il cinese non vuol cadere nella trappola della comparsa, e lanciato verso il dominio globale, vuol chiudere un accordo – che in questo momento sente come necessario (la Cina vende più prodotti agli americani di quanti ne importa, e per questo soffre maggiormente il peso dei dazi nel breve termine) – ma vuol farlo da Capo di Stato ricevuto con tutte le ufficialità del protocollo. È noto come le delegazioni istituzionali cinesi tengano in primo piano gli aspetti formali negli incontri diplomatici.

Poi ci sono altri aspetti tecnici che farebbero pensare che il rallentamento sia venuto da Washington. In settimana il Rappresentante al commercio della Casa Bianca, Robert Lighthizer, ha detto che ancora nel quadro delle discussioni ci sono punti da approfondire, in particolare sui nodi legati alle note questioni più delicate. Per esempio il trattamento della proprietà intellettuale, uno dei punti su cui non c’è contatto perché i cinesi negano le accuse di furti e imposizioni avanzate dagli americani.

Mercoledì Trump ha parlato dell’incontro con Xi ai giornalisti della Casa Bianca, e ha detto che preferirebbe vedere il presidente cinese con “l’affare quasi completato e negoziare solo alcuni dei punti finali”.

Non c'è accordo tra Cina e Usa sul commercio. Slitta l'incontro tra Trump e Xi

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