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Un’Italia pessimista, insoddisfatta, un popolo di infelici sia nella sfera privata che in quella pubblica. Un esercito di senza speranza che vede il benessere alle proprie spalle e che vorrebbe, per sé e i propri figli, che tutto tornasse come prima. È questa la fotografia dell’Italia immortalata dallo studio dell’Istituto Piepoli presentato in via Margutta a Roma proprio dal prof. Nicola Piepoli. Gli italiani intervistati da Piepoli hanno preso in esame l’ultimo anno e si sono detti in gran parte meno felici di quello appena passato, sono preoccupati dalla situazione politica del Paese e dimostrano sempre meno affetto per i leader dei partiti di questo governo. L’unico uomo in cui ripongono le proprie speranze è il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Di tutto questo e del ritorno sulla scena politica del Pd ne abbiamo parlato proprio con Nicola Piepoli, presidente e amministratore delegato dell’Istituto Piepoli.

I dati raccolti dalla vostra indagine racconto un’Italia decisamente pessimista.

Un grande pessimismo. La gente tende a vedere il bicchiere mezzo vuoto. È una situazione molto diversa dall’anno scorso quando la gente vedeva il bicchiere mezzo pieno. Il bicchiere è sempre a metà però la psicologia è cambiata.

Però la fiducia nei leader non è bassa.

Non è bassa ma ha visto un calo costante, dall’inizio dell’anno la fiducia nei leader di governo, dal premier Conte ai vicepremier Salvini e Di Maio, è calata di 10 punti percentuali, sono tanti. L’opinione pubblica ha perso fiducia nel governo.

Ha senso fare una correlazione tre l’umore e le intenzioni di voto?

Sì, perché i voti per il governo, formato da due partiti, tendono a venire meno. Non in maniera così accentuata come l’opinione pubblica ma alcuni punti il governo li ha perduti. Lo scorso anno la situazione era diversa, c’era chi aveva conquistato il potere e in qualche maniera era arrivato a gestirlo. All’epoca il sentimento di fiducia era di circa 60 punti, oggi sono scesi a 53/54.

Ci sarà un riflesso sulle prossime elezioni europee?

Sì ma sarà parziale. Un riflesso più di tendenza che di voto. Alla fin fine il M5S non prenderà circa il 30% dei voti e nemmeno il 22% come appare nei nostri grafici ma direi intorno al 25/26%, stesso dicasi per la Lega di Salvini che non prenderà il 17% e nemmeno il 34%, starà in mezzo. Il partito sconfitto, il Pd, non prenderà il 17% come alle scorse elezioni, ma tra il 22 e il 24%, non arriverà al 25%. Quindi è un quadro che non ammette rivoluzioni. C’è una tendenza alla diminuzione delle forze di governo e un lieve spostamento verso l’alto della forza di minoranza, sono tendenze e come tali non sono definitive. Nella situazione normale ci sarebbe stata una perfetta fotocopia ma dato che lo stato dell’economia non aiuta il governo avremo risultati simili a quelli dell’anno scorso ma con un lieve calo per le forze governative.

Nella ripresa del Pd quanto ha influito l’elezione di Zingaretti a segretario?

Io non sono amico di Zingaretti, sono un conoscente perché lui mantiene le distanze. Zingaretti ha una maniera di procedere che mi piace molto, per lui potrebbe valere il detto della Svizzera: “La guerra la vince chi non la fa”. La prima cosa che ha fatto nella sua eminente vita da uomo politico e amministratore è allearsi con Massimiliano Smeriglio, di estrema sinistra, l’ha convinto che avrebbero vinto insieme, e così è stato. Non ha fatto la guerra, ha cooptato. Nel caso del Pd la cooptazione è ancora più forte perché ha preso come suo presidente Paolo Gentiloni che è uno la cui professione di fede è “La guerra la vince chi non la fa”. Insieme hanno preso un partito che non esisteva, prima dell’elezione di Zingaretti in tanti dicevano che sarebbero andati via dal Pd se Zingaretti fosse diventato segretario. Una volta diventato segretario cos’è successo? Che tutti sono rimasti lì perché la sua mente ha imposto questa filosofia. Zingaretti è magico su questo, ha una magia interna.

Il meglio del meglio non è vincere cento battaglie su cento, bensì sottomettere il nemico senza combattere”.

Esatto, è la filosofia della Svizzera e di Zingaretti. Io sapevo che sarebbe riuscito a convincere tutti a restare nel Pd, non con lui ma nel Pd, il partito è tornato a vivere.

Secondo lei com’è riuscito a convincere tutti?

È una forza interna, una capacità magica e lui ne è consapevole. Ha fatto capire che era meglio stare insieme nella pace che farsi la guerra, proprio come ha fatto con Smeriglio. È una capacità maieutica che non è descrivibile. Riesce a irretire senza volerlo e chi collabora con lui in realtà ne è ammaliato. È bravissimo Zingaretti, del quale ripeto non sono fan ma solo descrittore, gli darei 30 e lode.

Questa capacità di ammaliare resterà utile anche alle europee?

Tendenzialmente sì ma non se ne accorgerà nessuno perché è difficile accorgersi che il partito passa dal 18 al 22%, è poco però, dal mio punto di vista è tantissimo, è tutta la differenza che c’è tra l’essere vivi e l’essere morti.

Quindi il Pd ha trovato finalmente il suo leader?

Il suo assoluto leader per i prossimi decenni, lui è un non polemologico, ovvero non ama la guerra e preferisci farsi amici che nemici. Io direi che Zingaretti resterà leader del Pd fino alla fine della sua vita politica. Perché è riuscito a imporsi senza imporsi, esattamente come il comandante svizzero Henri Guisan, il generale che non ha mai combattuto, gli sono dedicate molte statue con questa iscrizione.

Parliamo degli altri leader. Com’è Berlusconi, polemologico?

Berlusconi ha molto di polemologico, cerca la guerra, non la pace. Forse è dovuto al cervello che ha, il miglior cervello che abbiamo avuto in politica, più grande anche di Andreotti. Però non è molto amico di sé e per non essere polemologici occorre essere amici prima di tutto di se stessi. Guardi cos’ha fatto in famiglia, è stato catastrofico, pieno di Olgettine, chi gliel’ha fatto fare? Si è sottoposto a stress inutili e che gli hanno fatto solo male. Fosse stato meno conflittuale avrebbe generato una dinastia, come le grandi famiglie americane ma così non è stato.

Nel centro destra il leader sarà Matteo Salvini ancora per molto?

Sì, un leader estremista. È in discesa, è stato in rapida salita ma ora è in netta discesa anche se non ce ne si accorge. Verrà fuori un leader tra i giovani.

E tra le fila del M5S, quale leader le piace?

È molto complesso, finora non hanno prodotto leader se non i leader fondatori. La selezione si è cristallizzata intorno ai leader fondatori, questo significa poca vita del partito nel futuro.

Con Zingaretti il Pd ha trovato il leader per i prossimi 20 anni. Parla Piepoli

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