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QUALCOSA STA CAMBIANDO

Se è vero – e noi non abbiamo dubbi – che le elezioni europee saranno “un referendum tra la vita e la morte”, come dice Matteo Salvini, qualcosa nel profondo della politica italiana sta cambiando sotto i nostri occhi. Naturalmente la competizione elettorale drammatizza i toni del confronto. E, quindi, non è detto che ai propositi enunciati, seguiranno poi le necessarie scelte. Tutto dipenderà da quello che realmente succederà nel chiuso delle urne.

Se le cose andranno, come devono andare, è, tuttavia, difficile non riflettere sulle fratture che stanno emergendo. L’impressione è che alla dialettica “il nuovo contro il vecchio” o del “popolo contro le èlites”, viste queste ultime come una casta verminosa, se ne stia sostituendo una più tradizionale: nuovamente il conflitto tra destra e sinistra, a voler richiamare le vecchie categorie della politica italiana. Meglio se diversamente declinate: sviluppo contro semplice ridistribuzione della ricchezza esistente. Una ricchezza, va subito aggiunto, che se non maneggiata con cura, rischia di rendere impossibile qualsiasi ipotesi alternativa.

Naturalmente non tutti saranno d’accordo. Altri parleranno di fascismo ed antifascismo. Ma si tratta di semplice gioco politico. Chi conosce la storia italiana, ricorda tranquillamente gli artifici dialettici che furono usati per cementarne le ipotesi. L’antifascismo, che pure nel ‘48 aveva una robusta radice, fu il grimaldello usato per mantenere aperto un canale di comunicazione tra le principali forze del Paese: il Pci da un lato e la Dc dall’altro. Il riferimento all’arco costituzionale, che emarginava il Msi, lo strumento per circoscrivere l’area dei possibili accordi. E quindi rendere possibile quelle forme di consociativismo che hanno caratterizzato gran parte degli anni passati.

A QUASI UN SECOLO DALLA MARCIA SU ROMA

A distanza di quasi un secolo dalla marcia su Roma, sarebbe il caso di lasciare alla storia il compito di un bilancio di quella seppur tragica (negli esiti finali) esperienza. Ed utilizzare le normali forze dell’ordine ogni qual volta si sia in presenza di una qualsiasi ipotesi di reato. Che non può tuttavia, sconfinare fino a porre un bavaglio alla libera espressione del pensiero. Da un lato è infatti il presidio dell’articolo 21 e dall’altro la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione. Da una parte un diritto pieno, dall’altro un qualcosa di transeunte. E forse i 78 anni che ci dividono dalla caduta del fascismo dovrebbero bastare. La stessa legge Scelba del 1952 prevedeva un periodo di 5 anni. E la successiva legge Mancino si è mossa su un terreno diverso: lotta contro ogni forma di incitazione alla violenza e alla discriminazione razziale, religiosa, etnica o nazionale. Il sospetto che, dietro un ritorno dell’antifascismo militante, si nascondano grumi di strategie da Prima Repubblica è, quindi, più che fondato.

Cardine del ritorno allo schema “destra vs sinistra”. Un esito possibile, anche se non scontato. E, comunque, logica conseguenza di una convivenza difficile, qual è stato quest’anno di governo. Con i due principali azionisti che remavano in direzione opposta. Con un comune programma che, alla fine, si è risolto nel rendere più precari i fragili equilibri finanziari del Paese. Presi in sé sia il reddito di cittadinanza, che Quota cento per le pensioni, potevano essere una delle tante possibili azioni di una linea programmatica. Ma presupponevano, appunto, un programma. Vale a dire lo sviluppo di un’azione rivolta verso un fine unitario, con tutte le necessarie coerenze interne. Venuto meno questo riferimento, la catastrofe, così visibile negli andamenti della situazione economica e finanzia del Paese, appare ormai all’orizzonte.

Un eccessivo pregiudizio? Si prenda a esempio il salario di cittadinanza. I soldi stanziati non verranno tutti spesi. Luigi Di Maio dice che avanzerà un miliardo di euro. Che i 5 Stelle vogliono poter distribuire per i loro fini elettorali. Ma quelle risorse non appartengono ad un movimento politico. Sono degli italiani. E forse a loro è giusto chiedere che uso farne. Se non altro in vista della possibile stangata di fine anno. Ed invece poiché c’è stata un’intesa spartitoria nel programma di governo, giusto rivendicare l’uso esclusivo della propria quota. Roba da far impallidire le peggiori baronie politiche del bel tempo andato. Difficile quindi far torto a Matteo Salvini. Occorre un cambiamento nel programma del cambiamento, prima di cadere, ancora una volta, nell’eterogenesi dei fini.

destra

Stiamo tornando al conflitto tra destra e sinistra (aggiornati ai tempi attuali)

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