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Il risultato delle Primarie, per le proporzioni della partecipazione piuttosto che per la nettissima vittoria di Zingaretti, che forse era data per scontata dai bookmakers di tutte le sale da gioco, ma non per questo sarà meno importante, ha dentro un mucchio di ragioni che non vedono al primo posto la convergenza sul suo nome della maggioranza dei maggiorenti.

Sono passati 365 giorni dal voto per il rinnovo del Parlamento, giorni che hanno scandito l’annus horribilis del Pd, il peggiore dal punto di vista elettorale dei suoi diversi simboli storici, dal Pci ai giorni nostri, in assoluto tra i più grami e malconci che la sinistra riformista italiana abbia mai vissuto.

Truppe in conflitto, leadership incerta, gruppo dirigente avvitato in una trama perpetua di sordi conflitti fratricidi che manco ai tempi dei Borgia, linea politica opaca, opposizione parlamentare inefficace e militanti attraversati dallo stesso entusiasmo che avevano i militari italiani in fuga dopo il proclama di Badoglio l’8 settembre 1943.
Un senso di “vacatio” del vertice difficile da rimuovere.

Come avviene in certi tornanti della storia, il popolo non era fuggito, ma era “in sonno”, aspettando una “scossa”, un leader che facesse sintesi delle anime inquiete, offrisse un’idea generale in cui potersi rispecchiare, riprendesse il cammino di una sinistra riformista ferita forse, ma ancora viva. Zingaretti ha rappresentato tutto questo e anche qualcosa di più: ha rappresentato un’opposizione possibile per un popolo più grande del Pd, quello di chi non si rassegna alla regressione ciclopica cui il Paese viene condannato da questo governo sovranista ad elevato tasso pop. Ove pop sta per populista.

Dunque il voto degli italiani ai gazebo e alle sezioni del Pd ha implicato sicuramente il varco di una soglia di partito mai sperimentato fino ad oggi da molti italiani. Sinistra moderata, laici, riformisti, cattolici e forse anche liberali traditi. La scelta del segretario, poi, è stata fatta in modo coerente con quella speranza di rinascere. Gli effetti di questa vittoria saranno tonificanti nell’immediato e andranno inevitabilmente dalla ripresa di fiato sul fronte mediatico, dopo la lunga scomparsa dai radar, al riacciuffamento di grappoli elettorali persi per strada, alla ripresa di dialogo con la sinistra e le parti sociali e i sindacati.

Sul fronte interno la vita sarà meno dura perché il nuovo segretario potrà permettersi, senza pagare troppo, la magnanimità dei vinti e chiamare tutti dentro invitandoli anche a candidarsi per le prossime europee. Dove vige il voto di preferenza e chi non ce l’ha fa brutta figura e paga pegno. Nel breve l’interesse del Pd sarà quello di rimettere in piedi la baracca di fronte al confronto elettorale più difficile come può essere solo quello col se stesso di cinque anni fa in Europa: un 40,8% ormai chimerico. Mi aspetto che torni a combattere col suo simbolo per misurarsi, senza tentare di camuffare il risultato con listoni che, peraltro, nelle competizioni col voto di preferenza non funzionano mai.

Insomma: c’è in vista una luna di miele e una riscossa, da guidare col piglio del capitano. Anzi: del commissario.

Zingaretti ha un privilegio: per approfondimenti potrà sempre chiedere in famiglia.

Phisikk du role - Primarie, effetti secondari

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