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Le manifestazioni e le dichiarazioni contro il razzismo, al netto della condivisione di valori fondanti per le società civili, connessi ai diritti umani, mettono insieme “razzismo”, “multiculturalismo” e “immigrazione”, diffondendo un messaggio esplicito o implicito di connessione tra i fenomeni.

Sottese al messaggio ci sono varie idee: i valori civili e umanitari sono necessariamente coerenti con posizioni contrarie a un serio contenimento dei flussi migratori di massa e irregolari; il contrasto all’immigrazione di massa e irregolare esprime una forma di rifiuto delle diversità etniche e culturali o addirittura di razzismo; coloro che sono contrari alle discriminazioni etniche e culturali, e tanto più al razzismo, devono essere anche contrari alle politiche di contenimento dell’immigrazione irregolare e di massa.

Ora, non c’è dubbio che l’impegno contro il razzismo sia fondamentale per prevenire e contrastare opinioni o azioni discriminatorie rispetto agli esseri umani, consolidando un valore educativo per la società; ma è anche vero che non dovrebbe diventare uno strumento per sostenere la permeabilità delle frontiere ai flussi migratori di massa e irregolari, cioè per fare politica.

A ben vedere, infatti, le posizioni favorevoli al contenimento dei flussi migratori, salvo casi estremi o patologici, non si connettono alla fisicità, all’identità o all’appartenenza dei migranti, bensì a una relazione sociale ed economica tra il Paese ospitante e l’insieme degli stranieri non integrabili e irregolari che intendono arrivare sul territorio nazionale. Uno vale uno tra gli esseri umani, senza distinzione alcuna, e tutti possono vivere con tutti sullo stesso territorio, nel rispetto delle regole; ma tali fondamentali principi nulla hanno a che vedere col fatto che sia necessario gestire i flussi migratori, a tutela di altrettanto fondamentali valori della civile e pacifica convivenza tra i popoli.

Questo vuol dire che si può essere convintamente antirazzisti senza nascondere l’emergenza immigrazione e facendo i conti con le paure che essa ingenera, anche per evitare derive populiste sull’argomento; tenendo conto che le paure sono spesso legate proprio a un’inadeguata gestione del fenomeno.

Questo significa che è doveroso impegnarsi per l’integrazione degli stranieri nelle società occidentali, lottando contro ogni discriminazione e accettando i cambiamenti socioculturali legati alla loro presenza; ma che non è necessario, in una logica antirazzista, consentire o sostenere l’arrivo incontrollato di un gran numero di stranieri, senza possibilità di trovare lavoro e integrazione, esposti a marginalizzazione e illegalità, con ogni conseguenza sul piano della stabilità sociale.

In questo quadro, dopo il fallimento della politica migratoria fondata sulla permeabilità delle frontiere e sull’accoglienza senza integrazione, si è affermata una politica di contenimento dei flussi, centrata sulla chiusura dei porti e supportata dal consenso maggioritario della popolazione. È plausibile che gli oppositori a tale ultima politica cerchino di recuperare consenso lanciando un allarme contro le discriminazioni: in tal modo si sposta il conflitto politico dall’immigrazione al multiculturalismo e al razzismo, dove è possibile far valere la forza di valori civili e umanitari; e si può compattare sotto le bandiere dell’antirazzismo un popolo da indirizzare verso obiettivi politici, e in particolare contro il contenimento dei flussi migratori di massa e irregolari.

L’operazione può alterare la realtà del fenomeno migratorio, che non involge problemi di razzismo, se non marginalmente, ma questioni socioeconomiche; può spostare il conflitto politico inerente l’immigrazione sul piano dei diritti civili e umani, nascondendo il conflitto reale tra flussi di massa e interessi degli Stati e dei cittadini; e può rappresentare impropriamente i fautori di un contenimento dei flussi come sciovinisti e razzisti. Cosa ancora più grave, tale operazione può manipolare le coscienze di quanti sono pervasi da sentimenti contrari a ogni discriminazione umana e ancor più al razzismo, per finalità politiche e non umanitarie.

Va poi considerato che, tra quanti partecipano a questo tipo di manifestazioni, ci sono anche soggetti che accusano di razzismo tutti quelli che si oppongono all’immigrazione di massa e irregolare, a prescindere da possibili discriminazioni tra i migranti o verso i migranti; e questo perché ritengono che sia intrinsecamente razzista discriminare l’ingresso sul territorio nazionale in base alla condizione di cittadini o di migranti, ovvero di rifugiati o di migranti economici.

Si tratta in tali casi, come è di tutta evidenza, non già di un’applicazione dell’antirazzismo, bensì di un’opzione politica che strumentalizza il razzismo per contrastare la sovranità nazionale, ridefinire le regole dei rapporti tra popoli e far prevalere gli interessi dei migranti, anche economici, su quelli delle nazioni e dei cittadini. Un’opzione politica che, benché possa apparire estrema, è condivisa da molti soggetti a livello internazionale e per certi versi recepita in atti dell’ONU, con l’obiettivo di affermare un incondizionato diritto per tutte le persone a migrare in un Paese straniero, cioè un superamento del sistema degli Stati nazione a favore di una comunità mondiale senza confini.

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