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L’Iran è uno di quei dossier che innervosisce il presidente Donald Trump. C’è una questione strategica — Teheran è un nemico da quarant’anni — da gestire, necessità dettata anche dall’allineamento con le istanze degli alleati del Golfo e Israele, ma Washington fatica a trovare sponde da parte dei partner occidentali. Se il confronto con la Cina sta permettendo all’America trumpiana di intestarsi alla guida di blocco potente anti-Pechino, sull’Iran c’è minore convergenza.

Ancora prima pesano dinamiche interne: se la lotta al Dragone è uno dei rari punti di contatto tra forze politiche americane e Congresso, Casa Bianca e apparati dello stato, l’Iran è più problematico. Frutto magari di anni in cui s’è lavorato per normalizzare il paese, costruendo contatti, relazioni e atteggiamenti, che avrebbero fatto da substrato per quello che l’amministrazione Obama considerava la sua principale legacy in politica estera: il congelamento del programma nucleare degli ayatollah che va sotto il nome giornalistico di Nuke Deal o tecnico di Jcpoa (acronimo che sta per Joint Comprehensive Plan of Action).

Ed è qui uno dei punti di distanza emersi di recente. Trump ha tirato fuori gli Stati Uniti dal sistema multilaterale che ha costruito l’accordo — e dunque dall’accordo stesso — lo scorso maggio, ma ha ancora a che fare con sacche di resistenza. Gli scorsi giorni, ad esempio, il capo di tutte le agenzie di intelligence americane, il Dni Dan Coats (nominato in quel ruolo da Trump), è andato davanti ai senatori a dichiarare che l’Iran non sta facendo niente per costruire una bomba, secondo i dati a sua disposizione (cioè tutti). È una smentita al presidente e agli alleati israeliani, che invece sostengono che Teheran stia portando avanti un programma clandestino, in barba al Jcpoa.

Sia chiaro, Coats ha spiegato che gli iraniani non sono innocui chierichetti, hanno un programma missili, sostengono gruppi tossici coi quali diffondono la propria influenza nella regione, non hanno mai rinunciato a progetti egemonici nel Medio Oriente. Insomma, Coats dice che sono pur sempre nemici, ma per quel che riguarda l’accordo Jcpoa non starebbero violando gli accordi. Non è una novità, una volta l’ammise (anche se non troppo apertamente) pure lo stesso Trump, sostenendo che però quel che manca a Teheran è lo spirito: il presidente diceva (e dice) che l’accordo era troppo generoso, perché non puoi comportarti bene su un fronte (la Bomba) e male su un altro (i missili, o il sostegno a gruppi terroristici anti-occidentali).

L’argomento Teheran è delicato, e scalda velocemente Trump, che per esempio ieri ha detto che i suoi servizi segreti (memo: i migliori del mondo) sono “passivi e ingenui” nel trattare l’Iran, suggerendo che “forse dovrebbero tornare a scuola”. E oggi ha continuato, attaccando anche i leader democratici, “deboli e passivi” con l’Iran, visto che hanno voluto trattare con Teheran l’accordo sul nucleare, che “ci ha messo nei guai – ma adesso tutto bene!”.

Un altro di questi passaggi che potrebbero innervosirlo: parlando da Bucarest dove è in corso una ministeriali Esteri dell’Ue, l’Alto rappresentante per la politica estera europea, Federica Mogherini, ha annunciato che Regno Unito, Francia e Germania, hanno messo a punto l’Instrument In Support Of Trade Exchanges” (Instex). Si tratta di un canale di pagamento sostenuto da Bruxelles che permetterà ai paesi europei di continuare a fare affari con l’Iran, che dalla firma del Deal aveva visto le sanzioni internazionali decadere e dunque ha riaperto il suo mercato.

Instex creerà una sorta di stanza di compensazione in euro per le transizioni con l’Iran, e almeno inizialmente coprirà transazioni su prodotti che comunque sono al di fuori delle sanzioni americane, come aiuti umanitari, medici e generi alimentari – insomma, non lavorerà sul settore petrolifero, che è l’elemento centrale delle misure americane. Sarà un supporto ulteriore, che lavorerà sul piano prettamente commerciale, che si aggiunge al già esistente Special Purpose Vehicle (Spv), uno strumento finanziario, lanciato mesi fa.

Il meccanismo permetterà di eludere gli effetti delle sanzioni statunitensi. Mogherini, appoggiando il provvedimento che permetterà al Nuke Deal di restare in vita (anche con l’avallo di Cina e Russia, altri cofirmatari) ha sottolineato di averne discusso con Washington – ha avuto una consultazione anche col segretario di Stato, Mike Pompeo, in questi giorni – e assicurato che la decisione dell’Unione di andare indipendente dagli Stati Uniti sul dossier iraniano non sarà un problema per le relazioni transatlantiche.

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