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In Libia l’ambiente di mediazione per una tregua delle tribù a Tripoli si inquina con altri scontri. Le milizie in conflitto nella zona sud di Tripoli hanno raggiunto un accordo dopo poco meno di una settimana di scontri grazie ad una mediazione tribale e in particolare del clan dei Warfalla. Il cessate il fuoco definitivo tra le forze della Settima brigata di fanteria di Tarhuna e le altre milizie coalizzate nelle forze di difesa di Tripoli sembrava una realtà. Finché il ministro degli Interni ha deciso di consegnargli il controllo dell’aeroporto della capitale. E la situazione ricomincia da capo.

In un’intervista con Formiche.net, Federica Saini Fasanotti, analista della Brookings Institution ed esperta di Libia, spiega le posizioni nello scacchiere libico e le condizioni per dei possibili ed efficaci colloqui per la pace. Oltre a spigare (in poche parole) il complesso stato dei Fratelli Musulmani in Libia e il ruolo della comunità internazionale.

Dopo l’assegnazione del controllo dell’aeroporto internazionale di Tripoli alla Settima Brigata, com’è la situazione dello scontro tra le milizie in Libia? Qual è la posizione delle milizie vicine a Serraj?

Gli eventi degli ultimi giorni non sono altro che l’ufficializzazione che il cessate-il-fuoco dello scorso settembre è andato a farsi benedire. Nessuno stupore a riguardo, lo abbiamo scritto più volte. Il problema delle milizie è certamente il più importante e di difficile soluzione in Libia: ma non ci sono al momento ancora le condizioni per implementare un piano di disarmo, purtroppo. Le milizie non possono essere fermate con una semplice tregua, come testimoniano gli scontri degli ultimi giorni e i morti e feriti a Tripoli. Le tensioni sono tra le milizie allineate al governo (Tripoli Protection Force) e la Settima Infantry Kani Brigade di Tarhuna per il controllo dell’aeroporto. Siamo alle solite, in sostanza. Con una differenza da non sottovalutare: l’accresciuta debolezza di Serraj all’interno del governo.

Qual è lo stato dei Fratelli Musulmani in Libia?

Questa è una domanda che meriterebbe un libro. Noi sappiamo che ufficialmente MB è presente in Libia dal 1949, che ha vissuto un periodo di radicamento – nonostante gli attacchi di Gheddafi – negli Anni Ottanta e che dopo un momento difficile, grazie anche all’intervento di Saif Gheddafi, si è avvicinata al regime. Ciò che ha segnato però un’importante cesura è stata la rivoluzione del 2011 che ha visto numerosi membri della Fratellanza tornare in Libia e prendere parte alla battaglia.  Nelle elezioni del 2012 tuttavia il movimento non è riuscito a guadagnare i seggi sperati e nella guerra civile del 2014 ha avuto un ruolo di spicco all’interno del fronte di Alba Libica (Libya Dawn). Le alleanze non sono state solo nazionali, ma anche internazionali, con connessioni che vanno dalla Tunisia all’Egitto, ovviamente, alla Turchia e al Qatar. Nonostante abbia perso lustro, MB ha ancora influenza all’interno del processo politico libico, come testimonia l’assegnazione di Khlaid Al-Mishri a nuovo presidente dell’Alto Consiglio di Stato che ha portato non pochi dissensi nell’HoR, come è facile immaginare. MB ha coltivato alleanze nel PC del GNA, tra cui anche Ahmed Maitig e Abdessalam Kajman, membro dello stesso Consiglio Presidenziale.

La Conferenza di Palermo ormai è passata. Sarà possibile fare passi in avanti nei colloqui per la pace?

Credo che i colloqui di pace vadano di pari passo con la demilitarizzazione delle milizie, il loro inglobamento in forze di sicurezza e con una sostanziale ripresa economica dovuta a tutta una serie di riforme che sono solo all’inizio. C’è ancora moltissimo da fare e le difficoltà sono giganti. Non darei nulla per scontato, sottolineando il mio punto di vista a riguardo, ovverosia che le conferenze internazionali servono a poco. Ma sono più facili da mettere in piedi (rispetto alla costruzione di una nazione) e danno visibilità mediatica a chi le fa.

Quali sono le condizioni necessarie, anche a livello della comunità internazionale? Giocano un ruolo importante Egitto, Francia ed Emirati Arabi?

Assolutamente. Negli intoppi e nelle tensioni libiche gli attori internazionali hanno avuto un ruolo determinante: appoggiando questo o quell’attore sullo scenario libico, non hanno fatto altro che modificare il processo di selezione naturale politica che altrimenti avrebbe avuto luogo. A mio giudizio Haftar è un chiaro esempio di quello che ho appena sostenuto.

Quali sono le conseguenze per l’Europa – e in particolare per l’Italia  – di questa crisi interna in Libia? 

Il solito, nulla è cambiato.

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Libia, senza disarmo delle milizie la pace è lontana. L’analisi di Saini Fasanotti (Brookings Institution)

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