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Il 19simo congresso del Partito comunista cinese ha lasciato dietro di sé un inevitabile strascico di domande sul futuro prossimo della Cina. Tra queste, una campeggia su tutte: quanto è forte il potere accumulato dal 64enne Xi Jinping, il principino diventato core leader e, per la seconda volta, confermato Segretario generale del partito? E, ancora, cosa ne farà, il core leader, di tutto questo potere? In fondo, almeno tre uomini del nuovo Standing committee non fanno parte della sua cerchia ristretta, tra questi senz’altro ne restano fuori il premier Li Keqiang, il vice premier Wang Yang e l’ex capo del partito di Shanghai, Han Zheng. Ma, a differenza del primo quinquennio del suo mandato, la sua figura di core leader prevale nettamente sugli altri sei dello Standing committee del Politburo. Bastano quattro pagine dedicate a Xi Jinping a cura dell’agenzia Nuova Cina e pubblicate perfino sull’edizione inglese di China Daily, a segnare il ritorno del culto della personalità del quale il ritratto di Mao in Piazza Tienanmen resta il relitto più evidente?

È ancora presto per dirlo, più importante è capire a cosa potrebbe servire. Perché, indubbiamente, Xi Jinping è l’uomo giusto per le esigenze attuali di questa Cina che, con parole scolpite nella Costituzione del Partito, sta guidando il Paese in una nuova era del socialismo con caratteristiche cinesi. Xi dà sicurezza all’uomo della strada, offre la percezione che stia lavorando bene per il Paese. Eccesso di capacità e debito rampante restano problemi enormi da risolvere, ma Xi trasmette un senso di ottimismo in grado di evocare una moderata prosperità per tutti, in una società in cui, come ha ripetuto nel suo discorso al congresso, nessuno rimarrà indietro. Il principino Xi, oggi, è intanto simbolo di unità del partito. Probabilmente, lo scoglio principale è stato affrontato proprio all’inizio del suo mandato, all’epoca della tragica caduta del principino rivale Bo Xilai.

Oggi Xi ha chiamato con sé i suoi collaboratori più fidati durante le varie posizioni della sua carriera, dallo Zhejiang all’Hebei, allo Shaanxi e al Fujian. Ha vinto la lotta alla corruzione e questo è un altro elemento che lo rende gradito al popolo cinese, ha fatto inscrivere il suo nome nella Costituzione del Partito insieme a Mao e a Deng Xiaoping. La nuova era si allarga all’esterno, tocca anche la posizione della Cina sui mercati internazionali. Anche qui, Xi ha lanciato da tempo la One belt one road strategy e la Banca asiatica degli investimenti infrastrutturali, ponendo il più grande Paese in via di sviluppo come guida di tutti gli altri Paesi in simili condizioni. Ma il 19simo congresso ha aperto anche una nuova stagione politica. Ha ragione Pan Wei, professore dell’Università di Pechino, quando nel suo intervento al seminario internazionale dei think tank, per riflettere sull’eredità del congresso, ha detto che “la lotta di classe è ormai superata come concetto e nella pratica, bisogna puntare – in linea con la tesi del presidente Xi – a una comunità globale tenuta insieme da un destino comune e condiviso”.

La Cina deve unire, non dividere. All’interno e all’esterno dei suoi confini. Per far questo, la stabilità politica è un fattore determinante, una leadership forte è necessaria. Il che non implica il ritorno del culto della personalità, che forse in questi tempi potrebbe essere un elemento controproducente. Nonostante il volto di Xi sia ormai dappertutto e il suo profilo si stagli su tutti gli altri, la stagione, anche per i cinesi, delle icone è ormai passata. Xi è una figura rassicurante, il cinese medio si fida di lui molto più di quanto non fosse con i predecessori, e la sensazione, diffusa, è che questo Segretario generale sia in grado più di altri di garantire la soddisfazione di bisogni primari. Xi è percepito come un leader molto affidabile.

Si discute molto sul Chinese dream elaborato dal professor Huang Huining, l’uomo che ha creato le campagne di Xi ed è stato premiato con un posto nello Standing committee – oggi è il quinto uomo più potente di tutta la Cina. Ma il vero ostacolo ai sogni cinesi sta nelle riforme strutturali ancora da fare e i costi sociali relativi. Xi saprà correre questi rischi? Con una mossa a sorpresa fatta quando il presidente americano Donald Trump aveva appena lasciato la Cina per il Vietnam è stata annunciata una delle riforme più ardite sul versante finanziario, con la previsione di un riequilibrio del peso delle aziende straniere nel capitale di società locali. Sul fronte delle riforme è un bel salto nel vuoto, a lungo rimandato. Per tutto questo, la leadership è un elemento di vitale importanza. Xi Jinping, adesso, ha tutto il potere necessario anche per rispondere degli inevitabili contraccolpi.

pechino, cina

Ecco il "chinese dream" creato da Xi Jinping

Di Rita Fatiguso

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