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L’Agenzia internazionale per l’energia atomica dell’Onu (Aiea), in un report diffuso lunedì dal suo direttore, Yukiya Amano, ha detto che non c’è nessun genere di segnale sull’interruzione delle attività nucleari da parte della Corea del Nord, nonostante le promesse del regime sulla denuclearizzazione.

Invece, in un’intervista concessa alla Reuters (pubblicata sempre lunedì), il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha difeso il suo lavoro sulla Corea del Nord e rivelato che “molto probabilmente” ci sarà un nuovo meeting diretto col satrapo Kim Jong-un, dopo quello storico del 12 giugno a Singapore.

Trump – che si è vantato di aver lavorato sul dossier per soli tre mesi raggiungendo ottimi risultati, mentre i suoi predecessori lo hanno affrontano da 30 anni, facendo sempre fiasco – ha detto che con Pyongyang “un sacco di cose buone stanno accadendo”: “Ho interrotto i test missilistici, ho interrotto i test nucleari. Il Giappone è elettrizzato. Cos’altro potrà succedere? Chissà? Vedremo”.

Ed è tutto piuttosto interessante perché il presidente sembra non curarsi troppo dei report del watchdog dell’Onu, tanto meno delle spifferate che intelligence e difesa americane hanno fatto uscire sulla stampa nelle scorse settimane. Informazioni che dicono una cosa piuttosto netta: Kim non ha per niente abbandonato il suo programma nucleare, continua ad arricchire uranio e a costruire missili in grado di colpire gli Stati Uniti (questa seconda informazioni correlata di immagini satellitari), e tutto ciò che ha fatto finora è poco più di un’operazione di facciata per ricostruirsi un barlume di immagine pubblica, uscire dallo stato di paria, e farlo anche grazie alla considerazione internazionale che il summit di Singapore gli ha offerto.

Trump, secondo altre rivelazioni arrivate alla stampa, pare sia in realtà piuttosto seccato dallo stato della situazione: pochi progressi reali verso la denuclearizzazione che gli americani vorrebbero, addirittura dati sul proseguimento del programma atomico nordcoreano. Però è chiaro che queste frustrazioni non possono essere esternate in pubblico: Trump ha spostato molto l’attenzione sul dossier nordcoreano fin dai primi mesi della sua amministrazione, averlo affrontato col tipico metodo trumpiano (massima pressione, minacce, per poi arrivare a incontri, aperture, eventuali deal) è stato utilizzato dal presidente come leva per il consenso.

E inoltre, Trump ci ha messo la faccia a livello internazionale – per esempio, ci ha agganciato i rapporti con la Cina, a volte ringraziata per la collaborazione offerta, altre volte, come adesso, durante quell’ultima intervista, incolpata di “aiutare molto poco”, e di usare questo comportamento in rappresaglia allo scontro commerciale.

A Pyongyang sembrano aver capito il presidente americano. Mentre Kim gironzola tra campi, industrie e attività produttive in genere per alzare l’attenzione sull’economia – il messaggio interno è: stiamo dialogando con il nostro nemico storico, gli americani, ma lo stiamo facendo per risollevare le sorti economiche del paese – la propaganda del regime si occupa anche di cullare Trump.

I media di stato, come il Rodong Sinmun, il giornale di riferimento del regime, diffondono commenti e analisi che dicono più o meno: l’America è divisa, Trump vorrebbe con noi dialogo e aperture, forse vorrebbe anche sollevarci le sanzioni economiche che ci schiacciano, ma all’interno dell’amministrazione e nei lati oscuri dell’establishment, ci sono realtà che lo bloccano.

Si evoca il “Deep State”, lo stato profondo che vuole far fuori Trump (secondo una ricostruzione con cui anche il presidente americano nutre la sete di complotto dei suoi fan) e che in questo caso usa il dossier coreano per minare il presidente, che invece è riuscito in “un’impresa epocale”, che “nessun altro presidente nella storia americana era stato in grado di realizzare”, dice il Rodong.

Sono loro, lo stato profondo, a far uscire sulla stampa informazioni false sulla perpetrazione delle attività nucleari, è questa la ricostruzione della propaganda filo-trumpiana da Pyongyang: usano la vicenda Kim-Trump per screditare l’americano, ci colpiscono per riflesso, spiega l’analisi dove i fatti sono alterati per interesse, e noi finiamo in mezzo alle divisioni intra-americane tra amministrazione e nemici interni.

È una chiave retorica già usata dalla Russia, che accusa certe macchinazioni dietro a Trump per le relazioni pessime tra Washington e Mosca. Ormai i nemici dell’America hanno capito di che pasta è fatto il presidente (e i suoi fan), e su questo giocano, come troll. D’altronde, è dagli anni Novanta, quando il Congresso bloccò un tentativo di accordo, che Pyongyang batte su questo genere di propaganda.

Il regime nordcoreano ha una buona conoscenza del funzionamento della politica interna degli Stati Uniti e del processo decisionale in politica estera, e cerca di usarlo a proprio vantaggio nell’ottenere leve e concessioni durante i negoziati. Trump, d’altronde, ha nel suo egocentrismo un punto debole: al presidente piace ricevere elogi e spesso guida la politica estera americana secondo questi personalismi.

sanzioni stati uniti, trump

L’Aiea mette in mora Kim ma Trump gli crede (Pyongyang ringrazia)

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