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La recente reazione unanime di Londra e dei Paesi alleati in risposta alle eventuali “azioni sporche” della Russia, nel cosiddetto “caso Skripal”, hanno rievocato un dibattito acceso sulle possibilità di estendere le sanzioni alla Russia. La discussione sta suscitando una vasta eco anche nei media italiani, dove sono stati ricordati “danni per 10 miliardi di euro”, “la catastrofe economica”, e che l’Italia è il “Paese più danneggiato dalle sanzioni”, ecc.
La tematica delle sanzioni è davvero molto importante e presenta vari aspetti. Prima di tutto vorrei ricordare le ragioni per le quali le sanzioni sono state introdotte da parte dall’Ue: l’aggressione armata e il tentativo dell’annessione di una parte del territorio dell’Ucraina, un Paese sovrano e indipendente. La Russia si sarebbe dovuta comportare, al contrario, come uno Stato garante dell’integrità, della sovranità e dell’indipendenza dell’Ucraina.

Quale potrebbe essere la risposta alle azioni così violente e ciniche che hanno calpestato i principi fondamentali del diritto internazionale? Nessuno avrebbe voluto le azioni militari attive, l’Ucraina si oppone militarmente alle truppe russe e il mondo occidentale ci ha sostenuto con l’applicazione delle sanzioni. Queste sanzioni non hanno colpito in nessun modo i produttori del settore agroalimentare o della moda, o dell’industria più in generale. Le stesse sono state la risposta giustificata che aveva come obiettivo limitare l’aggressività militare russa al fine di indurla a rientrare nelle norme del diritto internazionale. Perciò, le sanzioni introdotte hanno colpito in modo chiaro e preciso i responsabili dell’attacco all’Ucraina, le imprese del settore militare-industriale e le strutture connesse, gli operatori commerciali di armamenti, i particolari prodotti e le tecnologie a doppio uso ecc.

Le perdite subite dalle imprese italiane sono dovute alle cosiddette “controsanzioni”, introdotte proprio dalla Russia. Queste controsanzioni russe (che, non si capisce per quale ragione, spesso non vengono chiamate con il proprio nome) sono una risposta insensata da parte del Cremlino, considerando che colpiscono prima di tutto la propria popolazione. Le sanzioni imposte dalla Russia, come ritorsione, hanno danneggiato l’export italiano nel settore agro-alimentare, come carne, pollame, legumi, frutta, formaggi e salumi.
Quali sono le reali perdite economiche dovute alle sanzioni contro la Russia?

In totale le sanzioni russe toccano 55 gruppi del settore agroalimentare (per più di 2 mila gruppi di merci del commercio bilaterale). Se facciamo una breve analisi vediamo che l’export italiano delle merci corrispondenti a queste posizioni nell’anno 2013 (ancora prima delle sanzioni) ammontava a 202,7 milioni di euro. Certo, questa non è una somma trascurabile, ma di sicuro non confrontabile con i “danni di 10 miliardi”, evocati da una parte di stampa. D’altra parte queste merci sotto le sanzioni russe rappresentavano solo l’1,8% del totale export italiano verso la Russia e lo 0,6% delle esportazioni italiane dei prodotti agroalimentari verso i paesi del mondo. Anzi, non tutti i 202,7 milioni sono stati persi, nel 2017 l’Italia ha esportato queste merci per 37,4 milioni di euro. Questa stima è anche confermata da parte dell’Ice la quale, nel rapporto annuale del 2016, accerta che “considerando specificamente i prodotti italiani colpiti dall’embargo russo, la flessione delle loro esportazioni complessive ammonta a circa 151 milioni di euro nel biennio 2014-15”.

Allora perché è crollato l’export italiano verso la Russia e di quanto? Nel 2013 l’export totale dell’Italia verso la Russia ammontava a 10,7 miliardi di euro (dati Istat). Anche da questo indicatore sembra dubbia la tesi di perdite degli stessi 10 miliardi. Dal 2013 al 2016 la contrazione delle forniture verso la Russia è stata del 12,6% all’anno, mentre l’export è cresciuto del 19,3% nel 2017. Il principale fattore che ha causato una significativa riduzione dei flussi commerciali nella Federazione Russa è stato il crollo dei prezzi mondiali sul petrolio che per un Paese dipendente dall’export ha causato una drastica flessione dell’afflusso di valuta nel paese. Questo fatto ha avuto come conseguenza il calo della capacità di acquisto della popolazione russa e una significativa svalutazione del rublo.

Inoltre, mi sorprende che durante questi anni nessuno, tranne me, abbia parlato delle perdite dell’economia italiana nel commercio con l’Ucraina a causa dell’aggressione russa. Tra il 2013 e 2016 l’export italiano è stato ridotto di 1,3 miliardi di dollari USA, secondo i dati del Centro del commercio internazionale. E secondo i calcoli degli esperti internazionali, l’aggressione russa è costata all’economia ucraina circa 98,4 miliardi. I contratti persi in Ucraina, chissà come mai, non interessano tanto i propugnatori dell’abolizione delle sanzioni.
E se la parte economica della questione è più o meno chiara, l’aspetto morale ed etico rimane aperto. Secondo la stima dell’Onu l’Ucraina ha subito le perdite di più di 10 mila vite umane, tra militari e civili. Non è solo una statistica. Significa che un nonno seppellisce i suoi due nipotini, che l’unico figlio non torna mai a casa dai genitori e che i bambini restano orfani. Come ho detto all’inizio, sono state imposte le sanzioni contro la Russia come Paese aggressore, un Paese che non rispetta i patti e il diritto internazionali. Le sanzioni costituiscono l’unico possibile strumento legale di pressione sulla Russia. Abolire le sanzioni senza passi concreti della Russia verso la normalizzazione della situazione in Ucraina, inclusa la Crimea, significherà mostrarsi deboli e dipendenti, riconoscere il diritto di forza e sciogliere le mani di Mosca.

Stefanini, Russia, sanzioni putin

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Di Yevhen Perelygin

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