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L’Italia non è e non sarà in guerra, ma non si dimentichi che tutto ha inizio il 7 ottobre del 2023. Non una settimana fa. Parte da questa premessa Giorgia Meloni, nelle sue comunicazioni al Senato prima del Consiglio europeo, per mettere in evidenza vari aspetti della crisi in Iran. In prima battuta chiede meno polarizzazione politica e più lucidità e serietà, rivolgendosi alle opposizioni affinché ci si compatti per il bene comune, così come fatto da Fratelli d’Italia quando era in antitesi governo Draghi, ma ciononostante espresse il voto favorevole in occasione dell’invasione russa dell’Ucraina. In secondo luogo rassicura gli italiani sul fatto che il governo gestirà la crisi con autorevolezza e abnegazione.

Il rischio atomica

Sul merito osserva che non possiamo permetterci un regime degli Ayatollah dotati di atomica, dal momento che potrebbero lanciarla contro Italia ed Europa: per questa ragione, proprio al fine di difendere la sicurezza, l’economia e gli interessi italiani ed europei, questa “crisi complessa, certamente tra le più complesse degli ultimi decenni, ci impone di agire con lucidità e serietà”. Il riferimento è al corto circuito del diritto internazionale e degli organismi multilaterali, e al venir meno di un ordine mondiale condiviso. Lo spiega Meloni quando dice che l’Iran ha fornito sostegno, negli ultimi decenni, ad Hezbollah in Libano; a molteplici gruppi armati in Iraq e Afghanistan – responsabili anche della morte di soldati italiani; agli Houthi in Yemen; al regime di Assad in Siria. E Teheran fornisce alla Russia droni Shahed, ovvero l’arma più utilizzata e più insidiosa nella campagna di aggressione alla popolazione civile in Ucraina.

“È in questo contesto di crisi strutturale del sistema internazionale, nel quale le minacce diventano sempre più spaventose e si moltiplicano gli interventi unilaterali condotti fuori dal perimetro del diritto internazionale, che dobbiamo collocare anche l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano”. Roma ha svolto un ruolo diplomatico e completo, non solo ospitando i vertici sul nucleare ma assumendo una postura responsabile ed equilibrata, mantenendo aperto anche un canale con Teheran.

Le prossime mosse del governo

In questo senso va letta l’iniziativa di Palazzo Chigi volta ad animare un coordinamento con Francia, Germania e Regno Unito. Con il cancelliere Merz, il primo ministro Starmer e il presidente Macron, Meloni ha condiviso le valutazioni sull’evoluzione della crisi per coordinare le rispettive risposte nazionali. Al momento sono quattro le azioni proposte dal premier. Primo, lavorare sul piano diplomatico ma solo se l’Iran terminerà attacchi ingiustificati verso i Paesi del Golfo e altri Paesi della regione. Secondo, completare l’azione di messa in sicurezza delle decine di migliaia di italiani presenti nell’area e dare assistenza a chi è rimasto bloccato. Terzo, offrire assetti di difesa aerea ai Paesi del Golfo, così come hanno fatto gli altri principali Paesi europei – in particolare Regno Unito, Francia e Germania. Quarto, rafforzare la sicurezza interna, a partire dal presidio degli obiettivi sensibili, contro eventuali rischi di terrorismo collegati a possibili cellule dormienti o “lupi solitari”.

Ucraina: i fatti smentiscono il Cremlino

Non solo Iran, la partita in Ucraina, intimamente connessa alla crisi iraniana, è secondo Meloni caratterizzata da un fattore oggettivo: “Sostenere l’Ucraina, come ho detto molte volte, significa difendere la sicurezza dell’intero continente europeo”. Per cui fatti smentiscono la propaganda del Cremlino, dal momento che dopo mesi di scarsissimi progressi sul campo, nel mese di febbraio 2026 la Russia ha perso più territori di quanti ne abbia conquistati, per cui si è ridotta la percentuale di territorio ucraino sotto controllo russo, “con buona pace di chi sosteneva che la resa incondizionata fosse l’unica strada percorribile per l’Ucraina”. L’obiettivo quindi è puntare a soluzioni condivise che rispettino la dignità ucraina e la solidità dell’asse euroatlantico. “Perché una pace vera non si costruisce nel vuoto: si raggiunge solo agendo uniti con i nostri alleati, a partire da Washington, di cui continuiamo a sostenere con convinzione gli sforzi di mediazione”.

Quale difesa europea?

Al Consiglio Europeo, assicura Meloni, verrà fatto il punto anche sulla tabella di marcia per la prontezza della difesa europea, “un tema sempre più attuale e urgente, in particolare per quanto riguarda il piano di azione sui droni e sulla sicurezza anti-droni, cui l’Italia, con le eccellenze della propria industria della difesa, potrà dare un contributo essenziale”. Tutti i confini dell’Alleanza hanno la stessa rilevanza, spiega il premier, per cui conseguentemente la prontezza europea nella difesa deve essere sviluppata a 360°. “Tutti conosciamo, e sosteniamo, la necessità di proteggere il fianco Est dell’Europa e della Nato. Ma non possiamo consentire – come ho già più volte ricordato in quest’aula richiamando i conflitti e l’instabilità nel Medio Oriente, in Libia, nel Sahel, nel Corno d’Africa – che si perda di vista il nostro fianco meridionale”.

Roma si è vista approvare 14,9 miliardi di finanziamenti agevolati previsti dal programma Safe (Security Action for Europe),che portano in grembo ampie le ricadute occupazionali, privilegiando lo sviluppo di strumenti dual use, utilizzabili, cioè tanto a scopo militare quanto civile.

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