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“La prima volta che vidi David Petraues era durante una conferenza stampa a Baghdad. Erano gli anni duri dell’occupazione americana in Iraq, ne rimasi stupefatto e affascinato dalla lucidità. Aveva chiaro in testa più di una strategia, un quadro presente con proiezioni sul futuro“ racconta uno dei più famosi reporter di guerra italiani, un’istituzione del giornalismo “Esteri” nostrano. “Me ne stavo seduto piegato su una seggiola messa in un buco ai lati della platea, noi giornalisti italiani non godevamo di particolari favori: fu John Fisher Burns  del New York Times (super-giornalista, due volte Pulitzer. ndr) a raccontarmi cose sul generale Petraeus, a spiegarmene la filosofia, a fornirmi la chiave d’accesso al personaggio“, continua il giornalista italiano.

Negli Stati Uniti essere David Petraeus significa impersonare l’unica strategia credibile e funzionale vista negli ultimi dieci anni contro il terrorismo: il “Sunni Awekening”, ossia quella che portò al Sahwa, il Risveglio dei sunniti iracheni contro le brutalità di quella che allora si faceva chiamare ISI, Stato islamico in Iraq e che aveva giurato fedeltà ad al Qaeda: il movimento guidato da Abu Musab al Zarkawi, che fece da prodromo all’attuale Stato islamico, dove molti dei leader presenti nel Califfato militarono (a cominciare dallo stesso Califfo Abu Bakr al Baghdadi, successore di Zarkawi). Il Risveglio, abbinato al “Surge”, cioè l’aumento di truppe richiesto dal generale Petraues quando comandava la missione in Iraq, ebbero effettivamente risultati sorprendenti: un mix tutto on the ground di operazioni speciali e operazioni intellettuali, incontri e intese con capi tribali a cui fu assicurato appoggio e sicurezza, diffusione culturale tra i cittadini, contatti e conoscenza completa dei luoghi. Furono questi gli ingredienti con cui l’ISI di Zarkawi fu praticamente annientata, ridotta (non senza sforzi e perdite) ad un’organizzazione clandestina che si muoveva nascosta dalla popolazione per cui poco tempo prima aveva provato ad incarnare l’eroica difesa rivoluzionaria. Un’operazione però amputata sulla fase finale, seguendo volontà politiche di decisioni basate sul consenso immediato (il ritiro dall’Iraq, probabilmente adesso anche a conti fatti, prematuro; la sgangherata scelta di un governo settario sciita per guidare il paese), che a distanza di anni riconsegnò le istanze radicali e jihadiste sunnite più forti di prima, fino all’attuale Califfato.

Politicamente è un repubblicano Petraeus, un dettaglio che conta. È stato uno dei comandanti militari più importanti, noti, discussi e celebrati della storia degli Stati Uniti: il successo militare lo portò ad incarichi ulteriori, ruoli politici come quello di direttore della Cia assegnatogli dal democratico Barack Obama, riconoscenza del valore strategico del generale; un dem che affida una posizione così centrale a uno figura notoriamente rep in un momento in cui Obama faceva di tutto per distanziarsi dall’amministrazione che lo aveva preceduto. Fu da Langley però che la sua parabola discendente iniziò. In breve, visto che la storia è nota: Petraues aveva un’amante dottoranda a West Point a cui arrivarono in mano, tramite lui stesso, informazioni sensibili e a vario livello di riservatezza che non dovevano uscire dagli uffici del Pentagono; da qui la cosa si intreccia parecchio in modo quasi grottesco (per chi vuole il Post e fece una ricostruzione esaustiva e ordinata), ma questo è il sunto.

Non bastasse la pressione mediatica intorno al segretario alla Difesa Ash Carter, che in questo momento sta rappresentando il fulcro della “wannabe legacy obamiana anti Isis”, ossia della volontà del presidente di alzare il livello di coinvolgimento contro lo Stato islamico per poter lasciare il segno in politica estera anche in questo fascicolo (come colui che ha sconfitto il Califfo), il caso Petraeus si presenta come una nuova bega. In teoria, visto che l’ufficiale lo scorso anno è stato dichiarato colpevole di aver messo a disposizione della sua amante e biografa Paula Broadwell quelle informazioni sensibili (consistenti in strategie di guerra, capacità di intelligence e delle identità segrete di alcuni operativi), avrebbe dovuto vedersi ridotto anche il grado di pensionamento, cioè passare da generale a quattro stelle a tre. A questo si aggiunga che durante il primo interrogatorio con l’Fbi, il generale aveva negato tutto: la falsa testimonianza, evitata come accusa nel patteggiamento, rappresenta una solco sull’etica militare ed è considerata da alcuni sufficiente di per sé per giustificare il downgrade. I media in questi giorni ne hanno parlato abbastanza, finché sabato è arrivata la decisione di Carter che ha optato per non procedere con ulteriori passaggi punitivi, recita una nota ottenuta in esclusiva dalla Associated Press, tenendo conto del fatto che il generale s’è dichiarato pentito e s’è scusato: ma la vicenda è tutt’altro che chiusa livello polemico. Su tutto, per alcuni osservatori ha contato la campagna elettorale in corso, e cioè la volontà di prendere decisioni soft su certe situazioni, che non siano troppo polarizzanti, che al limite meglio passino sotto traccia pur di non turbare l’elettorato ulteriormente, e infatti ancora ufficialmente non ci sono commenti del Pentagono.

Ma se ne parlerà ancora comunque, e non è per il semplice fatto di ridurre la già lauta pensione del generale di circa 40 mila dollari, aspetto su cui gli anticastisti americani battono molto: la questione è politica, il rischio di punire o non punire un ufficiale apertamente repubblicano da parte di un’Amministrazione dem, e ha interessato l’opinione pubblica anche perché arriva in questo momento. Su Petraues in America, al di là dei meriti riconosciutigli, c’è divisione comunque, come in tutti coloro che hanno rappresentato quel momento storico: da un lato lo si vede come una sorta di eroe simbolo di una filosofia di politica internazionale, l’impegno a combattere il Male in lungo e largo, il regime change diretto (all’anima del soft power); dall’altro il simbolo recente di un impegno militare americano in Medio Oriente considerato tra i mali del mondo (infangato goffamente, per questo lato, anche dalla pantomima dello scandalo che lo ha coinvolto). Aspetti non secondari, che danno un peso culturale alla storia del declassamento e aprono le quinte su cosa c’è dietro. Punirlo o no, non è la stessa cosa: perché chi è per la punizione vorrebbe usarla per incolparlo di ciò che ha rappresentato (la politica di George W. Bush e il suo strascico di eredità da cui Obama ha lottato per affrancarsi), chi invece no lo vorrebbe perché P. è una un’immagine distinguibile di “un’America forte che diffondeva il suo potere e le sue visioni nel mondo”.

Military Times, giornale specializzato, aggiunge una nota in più: “Qualsiasi misura disciplinare Carter avrebbe preso ci sarebbe stato un impatto culturale di vasta portata in tutto il corpo degli ufficiali, in particolare tra la nuova generazione di capi militari, che sono potenziali candidati a diventare generali o ammiragli“, perché se fosse stato punito e degradato sarebbe diventato un caso tanto quanto se non. Sembra che i gradi alti dell’esercito puntavano ad evitare la punizione, ma tra le truppe il sentimento è chiaro: “se conti ti salvi, se sei un ordinario passi i guai”. Petraeus rischia di diventare nel dibattito americano anche un simbolo di diseguaglianza, di trattamenti di favore davanti alla notorietà, di disparità: in un’America che soffre il divario sociale e la diversità, la vicenda del generale può assumere ulteriori note politiche durante la campagna elettorale che il primo febbraio con le primarie in Iowa vedrà il suo primo passaggio numerico.

 

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