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Il troppo stroppia. A politiche invariate, il rapporto debito pubblico/pil dell’Italia calerebbe dal 132% attuale al 112% del 2026: sono venti punti in dieci anni, con una riduzione che vale in media due punti l’anno. Si tratterebbe di un risultato addirittura migliore di quello conseguito negli anni 1994-2007, quando il rapporto si ridusse di 18 punti, passando dal 121% al 103% del pil, nell’arco però di 13 anni. Queste sono le proiezioni compiute dalla Bce (Bollettino economico 3/2016) sulla base dei dati elaborati per ciascun Paese dalla Commissione europea nel suo recente rapporto invernale.

Un aggiustamento strutturale di un punto percentuale all’anno, come previsto nel cosiddetto “braccio preventivo” della Commissione europea, comporterebbe ulteriori dieci punti di riduzione all’orizzonte del 2026, riportando il rapporto al livello pre-crisi, pari al 103%. Occorre chiedersi se questo ulteriore aggiustamento, pur coerente con le regole contenute nel Fiscal Compact, sia utile e soprattutto sostenibile, considerando che al costo dell’aggiustamento va aggiunto quello dell’onere per interessi che per l’Italia continua ad essere molto elevato. Nel 2016, infatti, nonostante il calo degli spread e gli interventi della Bce, l’Italia pagherà interessi sul debito pubblico per un ammontare pari al 4,4% del pil, mentre la Germania avrà un onere pari allo 0,8% del Pil, su uno stock di debito analogo. Fra il 2006 ed il 1987, primo anno per il quale ci sono statistiche omogenee, l’Italia ha pagato per interessi sul debito pubblico una somma pari al 102% del pil, rispetto al 48% della Francia ed al 43% della Germania. Non è quindi sostenibile la doppia morale: quella del mercato, che pretende il premio al rischio, e quella del Fiscal Compact che pretende un aggiustamento asimmetrico a danno di chi più è lontano dalla fatidica soglia del 60%. Correre più velocemente degli altri, per arrivare tutti insieme a quest’ultimo traguardo, è incompatibile con oneri per interessi così elevati. Tutto ciò non è accettabile.

Per comprendere la pesantezza delle misure già in vigore in Italia, basta fare il confronto con il Belgio, altro Paese con un debito pubblico assai elevato: a politiche invariate, il rapporto debito/pil calerebbe di appena 4 punti in dieci anni, passando dal 107% al 103%, con un calo medio di 0,4 punti l’anno. Adottando l’aggiustamento strutturale dell’1% annuo, nel 2016 il rapporto scenderebbe al 77%. Sarebbero 30 punti totali di aggiustamento, quanti per l’Italia, ma in questo caso per il governo belga si tratta di una strada ancora tutta da compiere.

La posizione della Germania è addirittura paradossale: considerato che nel 2016 parte da un rapporto debito/pil del 72%, se seguisse la regola della riduzione del debito eccedente il 60% di 1/20 l’anno come prevede il Fescal Compact, nel 2026 arriverebbe al 67%, con una riduzione di 5 punti percentuali, pari in media a mezzo punto percentuale l’anno. Ma, a politiche invariate, raggiungerebbe il rapporto debito/pil del 60% già nel 2021, che scenderebbe ulteriormente al 57% nel 2025. Se poi adottasse le correzioni già previste dalla Commissione europea nel “braccio preventivo”, che hanno un effetto concreto a partire dal 2022, giungerebbe nel 2026 ad un rapporto debito/pil del 48%. Sarebbe addirittura di 12 punti al di sotto dell’obiettivo del Fiscal Compact. Siamo chiaramente in presenza di una iper correzione, del tutto ingiustificata. Anche per l’Austria accade lo stesso: a politiche invariate, pur rispettando già la regola della riduzione del debito di 1/20 l’anno, scendendo dall’86% di quest’anno al 75% nel 2026, la correzione contenuta nel “braccio preventivo” della Commissione accelera la discesa per arrivare nel 2026 al 65%: anche qui siamo di fronte ad una iper correzione, con una maggiore accelerazione rispetto ai ritmi previsti dal Fiscal Compact di 10 punti percentuali, in media 1 punto in più l’anno.

Riepilogando: l’Italia, a politiche invariate, è già accreditata di progressi nettamente superiori a quelli conseguiti nel periodo 1994-2007, quando registrò una delle migliori performance europee nella riduzione del debito pubblico. Ciononostante, paga per interessi il quadruplo della Germania per un ammontare analogo. La Germania, a sua volta, a politiche invariate raggiungerebbe già nel 2021 l’obiettivo del 60% nel rapporto debito/pil, ma viene richiesta di introdurre ulteriori correzioni restrittive. L’Austria viene indotta ad accelerare il passo, nonostante a politiche invariate le proiezioni dell’andamento del rapporto debito/pil siano pienamente coerenti con il passo previsto dal Fiscal Compact.

Sappiamo bene che non c’è ormai nulla di più aleatorio delle previsioni economiche a medio e lungo termine, ma bisognerebbe essere molto attenti a parlare di generosa flessibilità da parte della Commissione nell’applicazione del Fiscal Compact. E’ già andata ampiamente oltre il segno, e se ne sta rendendo conto: in Italia, trascurando quello che sta accadendo in Francia, Spagna, Portogallo e Grecia, c’è un pesante effetto recessivo accumulato, tra correzioni fiscali adottate ed attese, aspettative incerte delle famiglie e delle imprese, e riforme strutturali che inducono instabilità crescente, bilanciato a malapena dal deficit pubblico e da una immissione continua di liquidità da parte della Bce. La verità è che è tutto fermo: chi può vende.

L’obiettivo, aritmetico, di ridurre i debiti pubblici è palesemente contraddittorio con le stesse aspettative degli investitori, che ormai si accontentano di tassi di interesse negativi sul debito sovrano pur di non correre maggiori rischi sul mercato. Bisogna restituire al debito pubblico la sua funzione di riserva di valore, ripristinare la funzione dei tassi di interesse di misurare il rischio, evitare la ulteriore dilapidazione di patrimoni familiari ed imprenditoriali, bloccare la svalutazione continua degli attivi bancari. Serve una tregua sulle politiche pubbliche: bisogna congelare ogni nuova correzione fiscale per i prossimi tre anni, per capire quale è davvero la rotta che stiamo seguendo. Meno si fa e meglio è: ormai cascano solo calcinacci.

Perché il Fiscal Compact purtroppo non è stato ancora rottamato

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