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Ormai il Sinodo dei vescovi si sta chiudendo. Il complesso lavoro iniziato l’anno scorso con l’assemblea straordinaria ha completato il suo iter in queste ore conclusive dell’assise generale. La Relatio sarà consegnata così al Papa che deciderà se promulgarla o se attendere l’Esortazione Apostolica che egli metterà alle stampe probabilmente in pieno anno giubilare nel corso del 2016.

E’ molto difficile dare una valutazione del risultato raggiunto, senza i documenti alla mano. Le indiscrezioni sono, a ben vedere, cattiva informazione o, peggio ancora, disinformazione, ed è meglio lasciarle stare. E in queste ultime tre settimane di prove ve ne sono state tante, tra lettere riservate date in pasto ai media, per finire alle antipatiche insinuazioni sulla presunta malattia del Pontefice.

E’ inutile quindi lanciarsi in ipotesi interpretative avventuristiche, sebbene i motivi più forti delle divergenze dei vescovi in materia di famiglia siano abbastanza noti. Da un lato vi è chi in modo risoluto e deciso vuole il mantenimento inflessibile della dottrina in materia di matrimonio, famiglia e sacramenti; e chi invece vorrebbe un maggiore adattamento alla situazione storica che sta caratterizzando l’evolversi della società e dei costumi delle persone, anche a causa della globalizzazione.

Il Papa ha espresso chiaramente stamani come l’obiettivo di un cristiano oggi sia quello di cogliere i segni dei tempi, di far parlare lo spirito nel proprio cuore attraverso la preghiera, mettendo il proprio animo a contatto con il mondo circostante.

D’altronde, però, anche nel briefing di ieri è stato ripetuto con chiarezza il confine nel quale qualsiasi volontà di adattamento può essere soddisfatto restando nella fede. La Chiesa non è padrona del proprio messaggio, non è un soggetto che costituisce la sua verità, ma è il recipiente visibile in cui è stata consegnata e affidata da Dio la Rivelazione della Salvezza.

Perciò quando si parla di ‘dottrina’ non s’intende discettare su un programma ideologico creativo che riguarda nello specifico la famiglia, ma si fa riferimento a un preciso mandato che in senso soprannaturale e reale la Chiesa ha ricevuto, e non può tradire o alterare.

È chiara pertanto la complessità di affrontare una materia così delicata nella situazione odierna.

Da un lato, infatti, vi è una verità immutabile, che rimanda a quanto nel Vangelo, e in seguito in tutta la tradizione cristiana latina, si afferma e riconosce in merito alla distinzione sessuale tra uomo e donna, e alla loro unione indissolubile ed esclusiva nel matrimonio (Mat. 16, 9). Dall’altro vi è una realtà sociale, storica e culturale che ormai spinge da ogni parte verso rapporti affettivi temporanei e verso una relativizzazione del concetto stesso di distinzione sessuale, proponendo sempre di più il divorzio come possibilità e le coppie omosessuali come idonee a costituire una famiglia uguale a quella naturale.

Il senso di questo Sinodo sta tutto raccolto in questa insanabile contraddizione che regna tra due prospettive, tra due tendenze, l’una verso la verità e l’altra verso la realtà, che richiedono di essere ricomposte. La Chiesa non avrebbe senso, ovviamente, se fosse soltanto un orticello chiuso in cui vivono pochi eletti e da cui sono esclusi di diritto la maggior parte delle persone battezzate. Ma, d’altronde, la Chiesa avrebbe ancor meno senso se abbandonasse la propria verità per adattarsi a tutto quello che accade e può essere fatto benissimo anche senza di lei.

Questo dualismo è un argine che il Magistero di Francesco vuole superare, come si comprende bene da espressioni come ‘ponte’, apertura’, ‘uscita’ e via discorrendo.

Esistono invero due modi per congiungere la prospettiva divina della Chiesa e quella mondana in cui la Chiesa stessa opera. La prima è la via intrapresa da Giovanni Paolo II nell’Enciclica Familiaris consortio, secondo cui la missione nel mondo è affidata essenzialmente ai laici, i quali possono infondere lievito alla massa, ordinando le cose mediante la testimonianza concreta e temporale della loro fede viva e della loro vita familiare cristiana. Questa strada resta quella principale, dopo il Vaticano II, sebbene nei fatti il processo di indebolimento sociale del matrimonio e della famiglia non si sia arrestato in questi anni, e la scristianizzazione globale sia sempre più percepibile, specialmente in Occidente.

La seconda è quella che questo Sinodo vorrebbe inaugurare: vale a dire prendere atto di quanto succede nel mondo e tentare di capire quale attrattiva può continuare ad avere oggi la verità cristiana in una realtà contemporanea non più cristiana, o cristiana solo in parte. All’apostolato diffusivo, Francesco favorisce l’ascolto persuasivo; a una verità chiusa che si espande, egli preferisce l’apertura che accoglie; alla trasformazione del mondo, non l’esclusione ma la sua accoglienza attrattiva nella verità.

In questo senso quanto è emerso in questi giorni, pur nel caos generale di indiscrezioni e con un insano iper protagonismo di alcuni padri sinodali, sembra essere una via obbligata. La dottrina non sarà certamente alterata e intaccata, ma la mediazione con la realtà dovrà essere frutto di un maggiore decentramento della governance pastorale, affidata alle singole conferenze episcopali, e da un atteggiamento di maggiore misericordia e amore verso gli altri.

In fondo, come diceva Aristotele riferendosi a Dio, ‘il primo motore muove tutto facendosi desiderare’. E in materia di vita, differenza di genere e famiglia è necessario che la verità cristiana sia voluta dalle persone, trasparendo come compatibile con la situazione concreta in cui ciascuno realmente vive. Non sarà, infatti, la fermezza e l’intransigenza ma il bisogno di Dio, di soluzioni umanamente valide e di risorse spirituali profonde, a indirizzare nuovamente e liberamente la società verso una Chiesa cristiana universale, aperta, accogliente e integra.

Un Sinodo di passaggio (con troppi protagonismi)

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