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Cosa resterà delle Banche Popolari? L’interrogativo attanaglia non tanto e non solo gli addetti ai lavori ma anche e soprattutto coloro che a questi istituti di credito hanno affidato il loro gruzzoletto.

CHI C’ERA ALLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO

Di cause ed effetti prodotti dalla radicale riforma finanziaria si è parlato ieri alla Camera di Commercio di Milano, dove è stato presentato “Popolari addio?” (Guerini e Associati, collana “Sì sì no no”, 13.50 euro) alla presenza dei due autori, Franco Debenedetti e Gianfranco Fabi, e di esponenti del mondo bancario, accademico e politico: Carlo Fratta Pasini, presidente del Banco Popolare; Ugo Finetti, vicepresidente CSGM; Giulio Sapelli, docente dell’Università degli studi di Milano; Franco Mirabelli, senatore della Repubblica, Brando Benifei e Antonio Panzeri, entrambi onorevoli del Parlamento Europeo.

GLI EFFETTI DEL DECRETO

Il decreto riguardante “le misure urgenti per il sistema bancario e gli investimenti” è stato approvato dal governo Renzi lo scorso 20 gennaio ed è diventato legge a marzo. In sostanza, la norma abolisce il voto capitario e obbliga le banche popolari di maggiori dimensioni (con attivi superiori a otto miliardi di euro) a diventare società per azioni entro 18 mesi.

LE TESI DI DEBENEDETTI

C’è chi come il liberista Debenedetti, presidente dell’Istituto Bruno Leoni, è convinto dell’utilità della legge: “La misura legislativa è rivolta a 10 grandi banche che da tempo hanno perso il carattere cooperativo sia per caratteristiche dimensionali, sia per attività svolta”, ha detto. “Da anni – ha aggiunto – si discuteva sulla necessità di cambiare le cose, non è stato certo un fulmine a ciel sereno”. Debenedetti ha rimarcato che attualmente in Italia la cooperazione si risolve in un banale “controllo sull’ufficio del personale”. E a chi si appella al modello europeo per criticare la legge varata dal Governo Renzi, Debenedetti ha risposto: “E’ vero anche in Europa esistono le banche popolari ma nella governance queste differiscono in maniera macroscopica con quelle italiane”.

LE CRITICHE DI FABI

Non è dello stesso parere Gianfranco Fabi, coautore del volume che rientra in una collana curata da Lodovico Festa. Secondo il giornalista e saggista Fabi, “questa legge tocca tutte le banche e frena le loro azioni e la loro crescita”. A proposito della norma, Fabi ha sottolineato una serie di vizi: “Si parla di misure urgenti, ma qual è stato l’evento scatenante che ha prodotto la necessità di arrivare alla formulazione del provvedimento? Nessuna decisione straordinaria ha sconvolto l’equilibrio finanziario del Paese”. La riforma potrebbe essere quindi necessaria ma non urgente. La seconda obiezione sollevata da Fabi riguarda la libertà: “Dietro a una legge di questo tipo si cela una forma di autoritario statalismo che limita la libertà dei soggetti economici”. In terzo luogo, a chi sostiene che la norma sia un passo verso l’adeguamento europeo Fabi ha replicato: “Non mi risulta che altri Stati dell’Ue abbiano messo al bando l’autonomia delle banche popolari. La riforma sfocerà certamente in una forte instabilità politica e finanziaria”.

LA SCUDISCIATA DI FRATTA PASINI

Sulla stessa linea di Fabi, il banchiere Carlo Fratta Pasini: “La legge – ha detto il presidente del Banco Popolare – si configura non come un provvedimento tecnico, piuttosto come una scelta politica che riguarda il binomio economia-democrazia”. Spesso si dice che ci sono troppi banchieri e poco credito, “Allora perché non si è intervenuti su tutto il credito cooperativo?”, si è chiesto Fratta Pasini. Il presidente del Banco Popolare non “santifica” l’operato delle popolari né nega i difetti (“ci sono degli inconvenienti”), ma cancellare l’esistenza di questi istituti non risolve il problema. “L’abrogazione è stata riservata nel nostro Paese a gravi colpe della storie che ci hanno fatto vergognare, non è il caso delle banche popolari. Dopo il caso Carige nessuno ha pensato, giustamente, di cancellare le s.p.a”.

(LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO POPOLARI ADDIO? A ROMA. LE FOTO DI PIZZI)

Banco Popolare, ecco come Fratta Pasini scudiscia il decreto Renzi

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