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L’assemblea generale dell’Onu, nella riunione di domani 12 dicembre, farà registrare un altro successo per Mohammad bin Salman. Su richiesta di Egitto e Mauritania, a nome dei Paesi arabi e di quelli islamici, voterà la risoluzione non vincolante sul cessate il fuoco a Gaza.

Siccome è difficile pensare che Egitto e Mauritania si muovano e operino oltre che all’ombra delle decisioni e delle azioni diplomatiche del principe saudita, il voto sarà un suo nuovo successo, per altro nel nome di un’emergenza umanitaria difficilmente negabile. E difficilmente l’Iran, l’altro capofila islamico, potrà distinguersi dall’eterno rivale saudita. Col quale se oggi non è più guerra di certo c’è solo una pace fredda. Ma chi è bin Salman per noi e soprattutto per Joe Biden?

La presidenza Biden si è presentata al mondo con diversi punti di caratterizzazione e discontinuità rispetto a quella di Donald Trump. Tra questi spiccò la promessa di ridurre Mohammad bin Salman a un paria della Comunità Internazionale. I tempi dell’idillio con Trump erano lontani dunque, la questione del feroce assassinio nel consolato saudita di Istanbul del giornalista saudita-americano Jamal Khasshoggi consentì a Biden di inaugurare proprio dal rapporto con i sauditi quella che è diventata un po’ la sua dottrina: “Democrazie contro totalitarismi”.

A ricasco di questa scelta giunse il ritorno di fiamma del negoziato sul nucleare con Teheran, a conferma della linea obamiana del gelo con i petromonarchi e nuova relazione con Teheran, anche per sottrarre l’Iran (e il suo petrolio) alla sfera d’influenza di Pechino. Un pericoloso meccanismo per cui gli Usa impongono le sanzioni a Teheran che per resistere vende sottocosto il suo petrolio a Pechino, che lo trova molto utile. Qualche dubbio su questo nuovo accordo sul nucleare  lo aveva piuttosto Teheran, consapevole che tutto avrebbe potuto essere capovolto nuovamente dal prossimo presidente americano, visto che nessun congresso avrebbe ratificato l’intesa, come già con Barack Obama, la cui intesa sul nucleare con Teheran infatti non fu ratificata e fu di conseguenza cancellata da Trump.

Ma la guerra d’Ucraina costrinse Biden a rivedere i suoi programmi: il prezzo del petrolio era troppo importante per il mondo nella sfida con Mosca e il presidente americano dovette andare a Canossa, in questo caso vuol dire che dovette andare da bin Salman. Lui che finché possibile aveva promesso di non parlare con l’erede al trono, il piccolo principe saudita capace di ordinare di fare a pezzi in una propria sede consolare un dissidente con cittadinanza americana, doveva addirittura recarsi di persona a incontrarlo. Senza poi ottenere granché sul prezzo del petrolio, in verità. Anzi.

Di lì a breve l’esplosione della questione della feroce repressione iraniana ha creato ulteriori problemi per Biden: nella narrazione del democratico, l’Arabia Saudita di bin Salman era per certi aspetti problematica per il mondo, ma preferirgli un regime come quello iraniano, ora coinvolto nella feroce repressione della rivolta contro il velo, con metodi analoghi e per di più estesi a tutto un popolo, mostrava la corda.

Oggi bin Salman ha vinto a mani basse Expo 2030, ha firmato una pace fredda con Teheran grazie all’ombrello cinese, è stato accolto nei Brics, ma soprattutto è stato corteggiato intensamente dagli Stati Uniti per arrivare all’accordo di pace con Israele, che sembrava a un passo quando con ogni probabilità proprio Teheran — per farlo saltare — ha favorito il pogrom di Hamas del 7 ottobre. Bin Salman è diventato così uno statista, il punto di riferimento del mondo arabo moderato, l’alternativa all’estremismo terrorista favorito dall’Iran, capace però di interloquire con il rivale. Questo lo rafforza e al contempo gli consente di essere oggi la voce che parla a molti, prospettando il riconoscimento di Israele e il cessate il fuoco umanitario a Gaza per poi avviare un negoziato.

Inoltre nel suo Paese i vecchi predicatori dell’Islam più eretico e reazionario, il wahhabismo, sono scomparsi, liberando l’Islam globale se volesse scegliere altre strade. In Arabia Saudita oggi vanno per la maggiore attori, cantanti, calciatori e campioni di altri sport (tra pochi giorni il Paese ospiterà anche il mondiale di calcio per club, competizione non eccezionale dal punto di vista dell’agonismo, ma pur sempre tassello nel soft power globale saudita).

In un momento in cui la voce dell’odio è forte ovunque, il “piccolo principe” saudita sembra divenuto un riferimento per i moderati e i pontieri, lui che era emerso come un pericolo pubblico capace di eliminare nel peggiore dei modi i dissidenti.

Riflettere sulla dottrina Biden?

Sono questi alcuni degli elementi politici che rendono necessaria una discussione sulla “dottrina Biden”. Le democrazie sono certamente diverse dai totalitarismi, e il totalitarismo è certamente un tratto che collega con altri Russia, Cina, Iran, Arabia Saudita, Venezuela.

A ciò va aggiunto che prima del recente voto polacco il presidente Biden dovette recarsi in visita in Polonia, tassello decisivo nello scontro con Mosca ma difficilmente — in quella versione non ancora sconfitta dalle urne — una encomiabile democrazia. Le politiche della leadership di Varsavia su molti tematiche sensibili, come suol dirsi, non si distinguevano molto da quelle da Vladimir Putin.

La dottrina Biden ha un senso evidentemente “tendenziale” che va compreso e che sarebbe disonesto non riconoscere; inoltre la gravità delle sfide che si pongono al mondo è tale da rendere impossibile ogni lettura rigida, indisponibile alle pieghe che la politica e la realtà impongono.

Il caso del ritiro dall’Afghanistan, avviato da Trump e concluso da Biden, è un esempio lampante della difficoltà americana e di ogni visione ideologica.

Ma “la dottrina Biden” è rigida, ideologica. E questo espone le democrazie al rischio di apparire un club, che possono consentirsi quelle contraddizioni che vengono negate agli altri. Qui spicca la “dottrina bin Salman”, che fa del pragmatismo un valore assoluto, interagisce con Israele e Iran, Russia e Stati Uniti, Cina e India. Il contrasto insito alla dottrina Biden tra necessità pragmatica e categorizzazioni ideologiche rafforza il peso globale che la corona saudita si sta costruendo da un luogo nevralgico per tutto il mondo.

Se questo è il quadro, si capisce molto meglio l’importanza di un nuovo multipolarismo. Non vuol dire che il mondo vada accettato così com’è, piuttosto vuol dire che solo un ordine multipolare, nonostante la difficoltà di rapportarsi a questi nuovi protagonisti come Cina, Russia, India e tanti altri potrebbe spostare l’onere della prova a loro carico e non a carico dell’Occidente.

In questo mondo multipolare non si tratterebbe di difendere una visione ideologica dell’opposizione esistente tra democrazie e sistemi totalitari, ma di favorire la coesistenza impedendo ai despoti di trovare per le loro propagande un nemico comune, cioè il prevaricatore Occidente. Credere nella storia e nel naturale progresso di un mondo in dialogo su cooperazione e sicurezza ne è il criterio ispiratore.

Perché la dottrina Biden rende il multipolarismo ormai indispensabile

L’assemblea di domani all’Onu, richiesta da Egitto e Mauritania, a nome dei Paesi arabi e di quelli islamici, voterà la risoluzione non vincolante sul cessate il fuoco a Gaza. Sarà un nuovo successo, nel nome di un’emergenza umanitaria difficilmente negabile, del principe saudita. La riflessione di Riccardo Cristiano

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