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Deficit di immaginazione. Cosa rivela il sondaggio Ecfr-Ecf sugli europei

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L’Europa che molti cittadini vorrebbero riescono già a descriverla: più unita, più sicura, più autonoma e capace di proteggere prosperità e benessere. Ciò che una parte consistente di loro non riesce ancora a immaginare è come l’Ue di oggi possa diventare quella di domani. Il nuovo report Ecfr-Ecf fotografa il “deficit di immaginazione” che pesa sul futuro dell’Unione

Molti cittadini sperano in un’Europa più forte, più sovrana e più integrata, ma faticano a vedere un percorso credibile per arrivare all’Europa che desiderano. C’è, ossia, quello che viene definito un “deficit di immaginazione”. Pawel Zerka, senior policy fellow dell’European Council on Foreign Relations, raggiunge questa conclusione centrale a sintesi estrema del nuovo report pubblicato questa settimana dall’Ecfr e dalla European Cultural Foundation (Ecf), basato su 5.834 interviste condotte in sei Paesi europei (Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia e Regno Unito) e su una ricerca qualitativa dei dibattiti pubblici e politici di 15 paesi.

“I leader tendono a parlare al coro dei positivi o a inchinarsi ai negativi. Eppure è tra gli incerti che la fiducia nel futuro dell’Europa resta ancora da conquistare”, spiega. “Raggiungere gli incerti richiede una migliore comprensione delle ragioni dietro il loro ‘deficit di immaginazione’”. Zerka identifica tre preoccupazioni ricorrenti – o “ancore di dubbio” – che sembrano trattenere gli incerti: dubitano che l’Europa possa agire quando è necessario; che possa essere all’altezza dei valori che professa e imporre rispetto; e che possa davvero mantenere al sicuro gli europei.

Come ha detto un giovane cittadino polacco nato negli anni 2000: “L’Ue fondamentalmente discute molto ma non fa nulla”. Riguardo alla mancanza di coraggio, l’accordo tariffario dell’Ue con l’amministrazione di Donald Trump sembra essere diventato un simbolo potente. Un elettore di Die Linke in Germania, nato negli anni 2000, dice di essersi vergognato terribilmente quando “von der Leyen si è semplicemente arresa agli Stati Uniti”. E un’elettrice di Renaissance in Francia, nata negli anni ’50, descrive “la guerra alle porte dell’Europa” come un problema importante. Ma pensare alla risposta dell’Europa le fa provare “più tristezza che vergogna”, perché “l’Europa sta facendo quello che può, ma in realtà non ha i mezzi”.

Andre Wilkens, direttore della European Cultural Foundation, aggiunge: “La buona notizia è che la maggior parte degli europei crede nell’idea di un’Europa unita. La cattiva notizia è che dubita della sua capacità di realizzarla. L’Europa può proteggere i confini, creare regolamenti e rafforzare la sicurezza. Ma a meno che le persone non riescano ad immaginare un futuro europeo comune, l’Europa resterà un mero accordo tra stati”.

Il paradosso europeo

I numeri raccolti dallo studio danno consistenza a questo scarto tra aspirazione e aspettative. Soltanto il 12% degli intervistati descrive la situazione attuale dell’Europa in termini di “risveglio e rinnovamento”, mentre il 68% parla di “deterioramento generale o perdita di normalità”. Quasi tre quarti, il 74%, ritengono che l’Europa non stia affrontando bene le sfide che ha davanti e il 56% considera il suo futuro “in pericolo”, contro appena il 21% che non condivide questa valutazione.

Il pessimismo, tuttavia, non si traduce automaticamente in una domanda di disintegrazione. È qui che emerge uno dei risultati più significativi del report: circa tre quarti degli intervistati, il 73%, esprimono una forte visione del futuro europeo, spesso associandola a maggiore unità e integrazione politica, pace e sicurezza oppure prosperità e benessere. Soltanto il 13% auspica “meno Europa” o la dissoluzione dell’Unione.

Anche le priorità indicate dagli intervistati restituiscono un continente che percepisce la pressione proveniente dall’esterno. Guerra e sicurezza, citate dal 43%, costituiscono la principale sfida, seguite dalle pressioni economiche al 33%. Un altro 29% indica la necessità di una maggiore autonomia internazionale dell’Europa. Il problema, dunque, non sembra essere soltanto quale Europa i cittadini desiderino, ma quanto ritengano credibile la sua capacità di arrivarci.

Quattro modi di guardare al futuro

Lo studio divide gli europei in quattro gruppi sulla base del modo in cui immaginano il futuro del continente. I “positivi”, il 19%, vedono negli sconvolgimenti attuali una possibile spinta verso un’Europa più forte e unita. All’estremo opposto si trovano i “negativi”, il gruppo più numeroso con il 39%, per i quali ogni nuova crisi sembra confermare l’impressione che i giorni migliori dell’Europa appartengano ormai al passato.

Ci sono poi i disconnessi, il 12%, per i quali l’Europa rimane sostanzialmente un rumore di fondo, troppo distante per incidere realmente sulla loro attenzione. E infine gli incerti, il 31%: riconoscono la possibilità di un’Europa migliore, ne condividono spesso le aspirazioni, ma non sono convinti che possa diventare realtà.

È soprattutto quest’ultimo gruppo ad assumere rilevanza politica. Gli incerti condividono infatti buona parte delle preoccupazioni dei negativi: il 69% descrive la situazione europea in termini di deterioramento e il 61% considera il futuro del continente in pericolo. Ma non ne condividono il distacco dall’idea europea. Per preferenze elettorali, abitudini mediatiche e attaccamento all’Europa risultano molto più vicini ai positivi che ai negativi. Il loro pessimismo, in altre parole, non coincide necessariamente con l’euroscetticismo.

La “lentezza dell’Europa” aiuta a spiegare questa distanza tra aspirazione e fiducia. Quasi un terzo degli intervistati, il 32%, la menziona nelle proprie risposte, con percentuali particolarmente elevate nei Paesi Bassi e in Germania. Burocrazia e processi decisionali vengono percepiti da una parte degli intervistati come poco compatibili con la velocità di un contesto internazionale sempre più difficile. Un altro 30% richiama invece l’ipocrisia dell’Europa o la sua incapacità di affermare la propria posizione quando si confronta con attori potenti.

Il caso italiano

In Italia il pessimismo sulla traiettoria europea è particolarmente pronunciato: i “negativi” rappresentano quasi la metà degli intervistati, mentre il Movimento 5 Stelle è tra gli elettorati nei quali questo orientamento risulta fortemente rappresentato.

Ma emerge anche una specificità nelle priorità. Se a livello generale guerra e sicurezza costituiscono la principale preoccupazione, il 41% degli italiani indica invece le pressioni economiche come la maggiore sfida per l’Europa, contro appena il 23% in Polonia e nei Paesi Bassi.

C’è poi un dato politico significativo: Pedro Sánchez e la Spagna sotto la sua guida emergono in Italia come esempio positivo di azione europea molto più frequentemente che nel resto del campione. Li cita un intervistato su quattro, con una particolare concentrazione tra gli elettori di sinistra.

Dalle visioni alle prove

Il problema della leadership non riguarda soltanto l’Italia. Quasi la metà degli intervistati, il 44%, non riesce a indicare alcun paese, istituzione o figura politica che rappresenti un esempio positivo di azione europea. Quando qualcuno viene indicato, spesso si tratta del proprio paese o del leader del partito per cui si vota.

Per Zerka, è proprio su questo terreno che si giocherà la possibilità di ridurre il “deficit di immaginazione”. Per conquistare gli incerti potrebbero servire meno grandi visioni sul futuro dell’Unione e più dimostrazioni concrete della capacità della cooperazione europea di risolvere i problemi che interessano direttamente i cittadini.

La guerra della Russia contro l’Ucraina, il deterioramento delle relazioni transatlantiche e la crescente concorrenza della Cina hanno aumentato le ansie, ma hanno contemporaneamente rafforzato le argomentazioni a favore di un’Europa più capace, unita e strategicamente autonoma. Per i leader filoeuropei, la possibilità individuata dal report consiste nel collegare queste pressioni a una spiegazione credibile di ciò che l’azione collettiva può concretamente produrre, recuperando terreno rispetto a chi presenta invece la cooperazione europea come fonte di debolezza, inerzia o perdita di controllo.

In questa prospettiva, Zerka assegna un ruolo centrale anche ai leader nazionali. La sfida è dimostrare che l’Europa può contribuire alla soluzione dei problemi interni più urgenti, attraverso quella che definisce una politica europea diversa: non l’Europa come proposta identitaria o come sogno lontano, ma come “parte della catena causale che collega i problemi tangibili di oggi al miglioramento di domani”.

È forse qui che il “deficit di immaginazione” assume il suo significato più politico. L’Europa che molti cittadini vorrebbero riescono già a descriverla: più unita, più sicura, più autonoma e capace di proteggere prosperità e benessere. Ciò che una parte consistente di loro non riesce ancora a immaginare è come l’Europa di oggi possa diventare quella di domani.


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