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È curioso leggere su molti organi di informazione un crescente ed insistente rimpianto dei “democristiani”. Non della Dc, cioè di un partito che è stato consegnato agli archivi storici oltre 30 anni fa ma proprio dei suoi leader e statisti. Certo, la curiosità si rafforza e si amplifica perché chi si esercita in questo compito sono le stesse persone che per svariati lustri hanno contribuito a contestare radicalmente l’esperienza del più “grande partito italiano” e, soprattutto, hanno insistito nella delegittimazione politica, culturale e anche morale dei suoi principali leader e statisti. La possiamo definire, di conseguenza, una operazione strumentale e anche un po’ ipocrita perché gli storici detrattori esaltano il ruolo della Dc quando hanno la scientifica certezza che un partito popolare, di massa, interclassista, di governo e di ispirazione cristiana non tornerà più nel nostro Paese e, al contempo, sono altrettanto certi che il profilo e l’autorevolezza di quella classe dirigente sono ormai consegnati alla storia. Ma, di fronte a questo scenario, credo sia importante anche avanzare una semplice se non addirittura banale riflessione.

Dopo aver dato per scontato che la qualità, la statura e l’autorevolezza di quella classe dirigente non hanno più avuto eguali nella storia della democrazia italiana. Certo, dopo l’irruzione del populismo anti-politico, qualunquista e demagogico dei grillini e dei cinque stelle sarebbe addirittura blasfemo tracciare qualche confronto degno di questa parola con l’attuale classe dirigente, al netto di alcune lodevoli e qualificate eccezioni. Ma, a fronte di questa singolare ed anacronistica rilettura politica, sarebbe opportuno che la storia, l’esperienza, il progetto e anche il giudizio sulla Democrazia Cristiana e sulle classi dirigenti che hanno caratterizzato quel partito partisse principalmente da chi quel partito l’ha stimato, apprezzato, anche e giustamente criticato e, soprattutto, rispettato. A prescindere, come ovvio, dalle singole appartenenze culturali, politiche ed etiche. Anche perché è pur sempre imbarazzante che la storia venga riscritta dagli “sconfitti”, cioè da tutti coloro che prima hanno criminalizzato politicamente una esperienza e poi adesso la rimpiangono o addirittura la esaltano. O meglio, la riabilitano sempre partendo, però, dai loro presupposti e dalle loro convinzioni politiche, culturali ed etiche.

Parlo, come ovvio, di quella filiera riconducibile alla cultura e al pensiero ex e post-comunista e a tutto ciò che gravita storicamente nell’universo valoriale della sinistra. In tutte le sue multiformi espressioni: da quella politica a quella intellettuale; dal versante accademico a quello artistico e televisivo. E che oggi sono perlopiù identificati con i cosiddetti “martiri” della “libertà di espressione negata” o della “libertà di parola sacrificata sull’altare di un regime dispotico” ormai alle porte. Quando tutti sappiamo che parliamo di professionisti ultra-pagati e presenti quasi tutti i giorni nei vari talk televisivi e nelle svariate redazioni giornalistiche. Ora, però, e di là di questa valutazione sufficientemente oggettiva, credo sia comunque importante ricordare che il metodo, la prassi, il profilo, la cultura e la modalità che hanno contraddistinto la classe dirigente democratico cristiana continuano ad essere importanti, se non addirittura decisivi, anche nella cittadella politica contemporanea. Perché le fasi storiche, come ovvio, cambiano e con quella anche l’offerta politica concreta e partitica. Ma la cultura, i valori e i comportamenti concreti che hanno accompagnato e ispirato quelle classi dirigenti conservano una straordinaria attualità e modernità. Una operazione, questa, che non può e non deve essere esaltata e fatta propria dagli storici detrattori politici, culturali e morali della vicenda complessa, articolata ma esaltante della Democrazia Cristiana e dei democristiani.

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