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Bruxelles si accinge a imporre nuove barriere doganali nei confronti della Cina. Stavolta il settore coinvolto è quello delle auto elettriche, una delle punte di diamante del sistema produttivo del Dragone.

L’allarme arriva dall’Unità di Difesa Commerciale della Commissione Europea, guidata dal francese Denis Redonnet, che sta valutando l’avviamento delle procedure necessarie per imporre nuovi dazi anti-dumping e anti-sussidi ai produttori cinesi. Allarme a cui fa seguito la stoccata del Commissario per il Mercato Interno Thierry Breton, che in una dichiarazione rilasciata a Politico afferma “Sono molto favorevole ad aprire al più presto un’indagine sul dumping delle auto elettriche: il rapido aumento delle importazioni è diventato un problema per l’industria dell’Ue.”

Secondo le normative vigenti, le tipologie di dazi menzionate dall’Unità di Difesa Commerciale possono essere applicate solamente nei casi in cui sia certificata l’esistenza di sussidi statali da parte di paesi stranieri o la messa in atto di strategie di dumping (fenomeno in cui un’azienda vende i propri prodotti a un prezzo inferiore al costo di produzione al fine di guadagnare quote di mercato e danneggiare i concorrenti).

Le barriere doganali evocate dai tecnici di Bruxelles non sarebbero certo le prime ad essere imposte dall’Unione Europea nei confronti di Pechino. Ma esse varcherebbero una pericolosa linea rossa: fino ad ora i dazi europei nei confronti di merci provenienti dalla Cina avevano colpito solamente materie prime come acciaio ed alluminio, senza mai arrivare a prendere di mira i prodotti finiti. Un timore diffuso è che il governo di Xi Jinping possa rispondere applicando all’Unione Europea eguali sanzioni nei confronti della stessa tipologia di beni. Non un problema da poco, considerando che veicoli e macchinari rimangono i prodotti più esportati dall’Europa all’interno dei confini cinesi.

In ogni caso, il problema del rapido espansionismo di Pechino in un settore così rilevante non può essere ignorato. Questo gli europei lo sanno, ma ognuno propone una soluzione differente in base ai propri interessi e alle proprie visioni nazionali. I due principali approcci trovano i loro campioni nella Francia di Emmanuel Macron e nella Germania di Olaf Scholz.

Parigi persegue la linea dura, e spinge per una celere applicazione di nuove tariffe nei confronti dei produttori cinesi di veicoli elettrici. La Francia è uno dei più grandi produttori europei di auto elettriche, ed è interessata a contrastare al massimo ogni tipo di concorrenza. Soprattutto se sleale. Ancora di più se cinese. Ma la questione è anche strategica. Nel Maggio 2023 il presidente francese Macron ammoniva l’Europa di “non ripetere lo stesso errore che è stato commesso con i fotovoltaici”, un settore dove la Repubblica Popolare ha oramai conquistato un vantaggio enorme, rendendo de facto dipendenti dalle sue produzioni i paesi che solo in seguito hanno avviato un processo di transizione al fotovoltaico più concreto.

L’altra opzione è quella sostenuta da Berlino. Cuore produttivo dell’Europa, la Germania e la sua leadership hanno qualche remora a inimicarsi Pechino e il suo gigantesco bacino di consumatori che acquista tedesco. Anzi, diplomaticamente la Germania si sta dimostrando tutt’altro che ostile alla Repubblica Popolare, come simboleggia l’incontro ufficiale previsto per il 20 Giugno nella capitale teutonica. Ma le preoccupazioni per l’assalto cinese al settore automobilistico esistono anche al di là del Reno.

Uno studio pubblicato dal colosso Allianz certifica la rapida crescita dei produttori cinesi nel mercato europeo delle auto elettriche, arrivando ad affermare che la crescita cinese nel mercato europeo potrebbe costare ai produttori domestici fino a 7 miliardi di euro annui.

Cifre importanti, soprattutto per un settore tradizionale dell’industria europea come quello automobilistico. Date le circostanze, quanto proposto dai tecnocrati europei sarà sufficiente per fermare Pechino?

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