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Corsi e ricorsi. Per marzo la Banca centrale europea ha già annunciato un nuovo rialzo dei tassi di 50 punti base, dopo quello varato a febbraio e i precedenti decisi nel 2022. La Bce fa il suo mestiere: come da mandato, preserva la stabilità dei prezzi per assicurare un ritorno dell’inflazione verso il suo obiettivo del 2% a medio termine. Ma gli automatismi rischiano di essere pericolosi, se non si tiene conto dei cambiamenti nel contesto e della frammentazione tra i Paesi.

Fabio Panetta, membro del board della Bce, con una battuta ad effetto, lo ha fatto capire molto bene citando “Emozioni” di Lucio Battisti (non si può continuare a «guidare come un pazzo a fari spenti nella notte») e invitando ad «adottare una politica monetaria realmente fondata sui dati». Perché, in caso contrario, è grande il pericolo che la stretta monetaria si riveli eccessiva e finisca per strozzare la crescita in Paesi con un elevato debito pubblico come l’Italia. Che peraltro ha dimostrato una reazione coraggiosa di famiglie e imprese alla crisi da Covid, con performance economiche migliori di quelle di Francia e Germania.

Il dibattito ciclico tra falchi e colombe sembra smemorato. Quando, nell’estate del 1963, l’allora Governatore della Banca d’Italia Guido Carli, il nonno che mi ha cresciuta, avviò una decisa restrizione creditizia per frenare l’inflazione, riuscì sì nell’impresa di far tornare in equilibrio la bilancia dei pagamenti ma avvertì che la politica monetaria restrittiva e il solo obiettivo della stabilità monetaria non bastava: occorreva parimenti assicurare oltre il breve termine la stabilità e la crescita dell’economia.

Una convinzione che non lo abbandonò mai. Lo ispirò quando introdusse il primo grande modello econometrico italiano, che fornisce una dettagliata rappresentazione delle relazioni tra le principali variabili macroeconomiche per l’economia proprio allo scopo di valutare gli effetti delle politiche monetarie e di bilancio. La medesima convinzione lo mosse quando nel 1992, da ministro del Tesoro, appose la sua firma al Trattato di Maastricht, lottando – contro i tedeschi in primis – perché ai parametri fissi sul deficit e sul debito in rapporto al Pil fosse preferita la tendenza verso l’obiettivo soglia, riconoscendo la flessibilità necessaria in funzione della crescita economica. Per lui un imperativo etico: il benessere concreto delle comunità doveva essere la stella polare, oltre le astruserie ragionieristiche e le ricette di austerità fini a sé stesse.

Carli morì il 23 aprile 1993, quattordici mesi dopo il suo capolavoro negoziale che aprì le porte alla moneta unica. Sono passati esattamente trent’anni e l’Europa sognata dallo statista – non matrigna, ma madre provvidenziale; non un Moloch burocratico e tecnicistico, ma una casa comune attenta al futuro delle nuove generazioni – è ancora un’incompiuta. All’unione monetaria non è seguita né un’unione bancaria completa né un’unione del mercato dei capitali né, soprattutto, un’unione della capacità fiscale sovranazionale. Lo ha detto nel 2019 al termine del suo mandato alla Bce Mario Draghi, che proprio Carli volle al ministero del Tesoro: «Senza un’incisiva politica fiscale per tutta l’eurozona, questa unione resterà una costruzione fragile». Lo ha ripetuto il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, pochi giorni fa: pur difendendo gli aumenti dei tassi decisi sinora, Visco ha riconosciuto che «bisogna stare attenti a non spingersi troppo in avanti» per non inasprire eccessivamente le condizioni monetarie e per scongiurare le «gravi ripercussioni sull’attività economica».

Lunedì 6 marzo nell’Aula Magna della Luiss sarà il Governatore a tenere il saluto istituzionale alle lectiones magistrales di Claudia Parzani e Beatrice Venezi con cui la Fondazione Guido Carli, che ho l’onore di presiedere, aprirà le celebrazioni per il trentennale della scomparsa dell’economista, che culmineranno il 5 maggio nella solenne cornice del Teatro dell’Opera con la cerimonia di assegnazione del Premio Guido Carli ai talenti che danno lustro all’Italia nel mondo.

Sono certa che oggi l’economista Carli, il servitore dello Stato, il nonno che mi ha educato ai valori della responsabilità e del rispetto, dedicherebbe tutte le sue energie intellettuali e tutte le sue competenze a curare lo strabismo dettato da una politica monetaria europea che procede a fari spenti nella notte, senza una politica di bilancio (e un debito) comune che possa orientare gli investimenti per la crescita e senza una vera unione politica. Lo farebbe con fiducia e speranza. Come disse il Pulitzer William Hodding Carter, «ci sono due cose durature che possiamo lasciare in eredità ai nostri figli: le radici e le ali». Carli le ha lasciate entrambe.

 

L’Europa strabica ricordi la lezione di Carli. La crescita è la stella polare

Lunedì 6 marzo nell’Aula Magna della Luiss il Governatore Ignazio Visco aprirà con il suo saluto le lectiones magistrales di Claudia Parzani e Beatrice Venezi, primo appuntamento per iniziare le celebrazioni per il trentennale della scomparsa dell’economista Guido Carli, che culmineranno il 5 maggio nella solenne cornice del Teatro dell’Opera. L’intervento di Romana Liuzzo, presidente Fondazione Guido Carli

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