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Tianqi Lithium Energy Australia (TLEA) ha annunciato di voler acquisire la società di esplorazione australiana, quotata nella borsa di Sydney, Essential Metals per una cifra intorno ai 136 milioni di dollari. L’accordo viene salutato dai mercati come un importante novità per le forniture di litio, metallo essenziale per la produzione di batterie, dal potenziale utilizzo in 10 milioni di veicoli elettrici.

Secondo quanto presentato, l’accordo prevede la gestione del progetto di Pioneer Dome, controllato da Essential, nell’Australia occidentale, per lo sviluppo di un sito minerario che conterrebbe circa 129.000 tonnellate di litio carbonato equivalente (LCE), la metrica standard per gli operatori del settore. Seppur si tratti di un sito minore rispetto ai progetti giganteschi gestiti dai giganti minerari cinesi, l’annuncio arriva in un momento di forte stress per i produttori, considerando lo squilibrio esistente tra domanda e offerta che ha portato i prezzi del metallo a crescere notevolmente negli ultimi due anni.

TLEA è nata nel dicembre 2020 come joint venture tra il colosso minerario cinese Tianqi Lithium (che ne detiene il 51% delle quote) e la compagnia australiana IGO Ltd (49%), grazie ad un’iniezione di capitale da 1.4 miliardi di dollari tra l’azienda cinese Tianqi Lithium e la compagnia australiana IGO Ltd. La joint venture, inoltre, ha permesso a Tianqi di espandere le sue operazioni commerciali nel mercato australiano, particolarmente promettente per le riserve di litio e altre materie prime critiche.

TLEA, infatti, possiede un business completamente integrato, dalle attività minerarie a quelle di raffinazione: possiede il 51% di interessi nella miniera di Greenbushes (il restante 49% è in mano all’americana Albemarle Corp) e il totale controllo dell’impianto di trasformazione di idrossido di litio di Kwinana, nella parte occidentale del paese, con una capacità di 24.000 tonnellate annuali. Il primo prodotto è stato ultimato nel maggio del 2022.

L’Australia è il primo produttore mondiale di litio da giacimenti rocciosi (spodumene), con circa il 54% dell’output globale e quasi il 26% delle riserve mondiali, seguita da Cile, Cina e Argentina. Lo spodumene ricavato da minere a cielo aperto viene poi spedito in Cina per poter essere raffinato e utilizzato, con un grado di purezza del 99.999%, per la produzione dei catodi delle batterie elettriche. Secondo i dati dell’Australian Bureau of Statistics, Pechino ha acquisito il 90% del litio estratto sul continente australiano. Un dato che conferma la forte integrazione esistente tra i due paesi in questo segmento commerciale.

Secondo le ultime stime, tra il 2027 e il 2030 il solo mercato dei prodotti a base di litio potrebbe valere 190 miliardi di dollari, con un volume di produzione che raggiungerà circa 1.5 milioni di tonnellate secondo il CEO di Tianqi, Raj Surendran. Una crescita che ha spinto molti paesi, come l’Australia, a voler sviluppare capacità di trasformazione domestiche per catturarne maggior valor aggiunto.

Un passaggio che però richiede capacità tecnologiche e conoscenze tecniche, oltre che manageriali nel segmento, su cui le compagnie cinese hanno investito da più di un decennio. Oltre al capitale per avviare il progetto, risorse di cui TLEA dispone a differenza di Essential Metals. Infatti, IGO ha confermato che l’acquisizione verrà finanziata dalle entrate generate con il partner cinese, incluse le attività nella miniera di Greenbushes e l’impianto di Kalgoorlie.

Con la potenziale acquisizione del sito di Pioneer Dome e la collaborazione con l’australiana IGO, Tianqi potrebbe assicurarsi un ulteriore segmento del mercato australiano, rafforzando la sua già attuale posizione dominante insieme all’altro ‘dragone del litio’, Ganfeng Lithium che possiede importanti asset minerari in Cile.

Tianqi è quotato alla borsa di Shenzhen e all’Hong Kong Exchanges, con una capitalizzazione di borsa pari a 19 miliardi di dollari. L’australiana IGO, di converso, è una società attiva nell’esplorazione mineraria, con un portfolio che include anche produzione di altri metalli critici per la transizione energetica, forte di una capitalizzazione da circa 10.5 miliardi di dollari australiani.

Attraverso la sua controllata TLEA, Tianqi ha affermato che l’acquisizione offrirebbe una serie di importanti benefici: l’allineamento con la strategia di business della società sul mercato del litio; la diversificazione ed espansione delle attività in Australia occidentale; la sicurezza delle forniture, con nuove risorse minerarie e il potenziale per nuove esplorazioni in futuro; possibilità di sviluppo industriale in una nuova provincia. Messaggi importanti, per i produttori di batterie in Cina e, soprattutto, per il regolatore australiano su cui grava l’avvallo della transazione, il cui completamento è atteso nel maggio di quest’anno.

In questo senso, l’accordo sembra confermare un clima diplomatico più disteso tra i due governi e rappresenta la prima acquisizione di un’impresa australiana da parte cinese dall’insediamento del primo ministro Anthony Albanese. La Cina, infatti, aveva vietato le importazioni di carbone in seguito alle accuse, da parte del precedente governo australiano, sull’origine del COVID-19.

Tensioni alleviate anche in seguito al recente incontro al G20 da parte di Xi Jinping e Albanese, insieme ai rispettivi ministri degli Esteri. Ciò nonostante, il takeover richiederà comunque l’approvazione della Foreign Investment Review Board (FIRB) australiana, con il segretario al Tesoro, Jim Chalmers, che avrà l’ultima parola.

Il litio, come altre materie prime considerate ‘critiche’, è una risorsa essenziale per la decarbonizzazione del settore automotive e per l’integrazione, tramite lo stoccaggio dell’energia, delle energie rinnovabili. Un’industria che sarà driver di esportazioni e investimenti. Secondo il governo australiano, entro il 2027 l’Australia potrà raddoppiare dal 10 al 20% la quota di raffinazione del litio a livello mondiale e aspettarsi 16 miliardi all’anno dall’export di spodumene e idrossido di litio, di cui la Cina rappresenta il principale cliente globale.

Un mercato che presenta opportunità ma anche rischi per gli interessi industriali nazionali, come confermato dalla decisione del governo canadese di bandire gli investimenti cinesi nel settore minerario per questioni di sicurezza nazionale. Una valutazione che il governo di Camberra potrebbe non condividere, considerati gli interessi commerciali in gioco e la complementarità tra risorse australiane e capacità cinesi.

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