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“Altri mezzi, altre competenze”. Avrebbe forse risposto così Carl von Clausewitz a chi gli avesse chiesto come mai in Ucraina le operazioni sul campo procedano in modo tanto diverso dalle previsioni geopolitiche. “Dato che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, ne consegue che la condotta della guerra richieda competenze diverse da quelle politiche. Non vi pare?”

Il dibattito su chi tra politici e militari gestisca meglio le guerre è vecchissimo, con esempi a favore di entrambe le parti. Se Lincoln e Churchill si dimostrarono grandi capi di nazioni in guerra, Mussolini fu un disastro. Allo stesso modo, nel 1914 la dirigenza militare non comprese le conseguenze operative della seconda rivoluzione industriale e del passaggio agli eserciti di massa ma lo stato maggiore tedesco seppe inventare la Blitzkrieg e travolgere l’Europa.

Quel che è certo è che tra le conseguenze inattese della caduta del muro di Berlino vi è stata la messa in secondo piano delle competenze militari. Scomparso il rischio di guerra nucleare generalizzata, il concetto stesso di difesa è stato marginalizzato a favore di quello assai più labile di sicurezza.

Appena un anno fa, il “Vietnam mediorientale” culminato nel tracollo del governo afghano subito dopo il ritiro americano da Kabul sembrò confermare la necessità di concentrarsi sulla counterinsurgency, con annesso passaggio dal combattimento classico alla costruzione di rapporti civili-militari per conquistare “cuori e menti” della popolazione. Dottrina di guerra e caratteristiche dei sistemi d’arma, i due pilastri della professione militare, erano divenuti obsoleti, così come l’idea stessa di massa.

In alcuni casi i militari si sono inchinati all’altare della geopolitica, disciplina dall’incerto status scientifico innalzata ad architrave del pensiero, finendo così per somigliare al proverbiale “moderno generale di brigata” dei Pirates of Penzance, depositario di informazioni sul mondo vegetale, animale e minerale ma incapace di distinguere a colpo d’occhio un fucile da un giavellotto (nonché ignorante dei progressi dell’artiglieria moderna).

Ma l’Ucraina ha scombussolato le carte, rimettendo al centro la guerra guerreggiata, con le categorie novecentesche di artiglieria, carri armati, missili ed elicotteri, più informazioni, cyber e spazio. Nel bacino chiuso del Mar Nero, sono tornate d’attualità persino le mine navali. Persino la geografia fisica, che l’avvento delle immagini satellitari aveva trasformato da regina a Cenerentola, si è presa la rivincita insegnando la difficoltà di attraversare i grandi fiumi o di operare in pianure allagate per trasformarle in pantani. E ancora: si sono riscoperte la centralità dell’addestramento e della motivazione dei soldati di leva, il valore dello spirito di iniziativa e di adattabilità, l’importanza delle formazioni stay behind, la logistica di breve, medio e lungo termine (compreso il significato di “scorta intangibile di guerra” e long-lead items).

I concetti non sono forse stratosferici, ma di certo specialistici. Non appartengono alla filosofia teoretica, alla fisica teoretica o alla sociologia, ma alla professione militare e, in ambito civile, alla tecnologia (nel senso più nerd del termine) e alla storia militare (in ogni senso, compresa la vituperata histoire bataille). È solo applicando le loro categorie che si possono analizzare e comprendere gli avvenimenti militari senza cadere nelle trappole della propaganda e disinformatsya dei belligeranti. Se questo non darà risposte certe – perché la “nebbia della guerra” di Clausewitz esiste ancora -, eviterà almeno di chiamare “carro armato” qualsiasi mezzo cingolato, di identificare “grosso” con “potente” e di pensare che i combattimenti aerei si svolgano a vista e con le mitragliatrici.

Tra le lezioni della guerra in Ucraina vi è dunque l’importanza di rimettere la guerra al centro della professione e degli studi militari, liberando l’analisi delle esigenze di difesa e sicurezza dal chiacchiericcio da talk show per fornire finalmente ai decisori politici analisi e apprezzamenti realistici. In caso contrario, si rischia di restare esposti al ricatto dei bulli che fanno la voce grossa.

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