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Rotte di pace e anniversari atomici. L’effetto domino globale, dal Mar Nero allo Stretto di Taiwan, evidenzia un insieme di concatenazioni strategiche e politico economiche che accentuano le connessioni fra l’evoluzione dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin ed il rischio di un corto circuito bellico fra la Cina e gli Stati Uniti.

A Washington l’ossessivo dispiegamento di forze cinesi ha in parte fatto rievocare l’atmosfera dei tragici giorni dell’ingresso degli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale, quando nonostante l’attacco proditorio del Giappone a Pearl Harbor e il dilagare nipponico nel Pacifico, il Presidente Roosevelt decise di concentrare principalmente l’intervento americano nella guerra in Europa e sull’Atlantico, la strategia “Hitler first”, per bloccare e sconfiggere per primi i nazisti ad un passo dalla bomba atomica. Per costringere alla resa la fanatica e spietata casta militare giapponese furono invece necessarie, esattamente 77 anni fa, le prime due bombe nucleari della storia.

Oltre ad essere più complessi, gli scenari sono ora molto diversi e comunque rispetto agli anni ’40 gli Usa, col concorso della Nato e dei paesi occidentali, dell’Australia e di Tokyo, sono in grado di fronteggiare tanto l’impatto in corso della devastante invasione russa dell’Ucraina, quanto l’espansionismo militare ed economico della Cina nell’area indo pacifica.

Più che il latente incubo atomico, il trait d’union fra Washington, Mosca e Pechino sono le pacifiche rotte del grano ucraino e dell’interscambio economico cinese con l’Europa e il resto del mondo.

“La terra produce il grano. Ma è l’uomo che trasforma il grano in un sogno che consente il realizzarsi delle cose”: non sapremo mai se nell’incontro a Sochi, il Presidente turco Erdogan abbia citato a Vladimir Putin le sagge parole della tradizione contadina per prospettare un cessate il fuoco e l’avvio di trattative di pace, ma è certo che l’accordo sull’esportazione del grano ucraino è stato uno dei temi del colloquio, assieme alla guerra in corso e alla tensione fra Cina e Stati Uniti per la visita della Speaker del Congresso americano Nancy Pelosi a Taiwan.

Un eventuale successo della mediazione di Ankara rappresenterebbe un enorme successo per Erdogan e sancirebbe la centralità del suo ruolo fra l’Europa, la Russia, il nord Africa e il medio oriente.

Anche se ampiamente prevista, l’escalation della tensione fra cinesi e americani, lascia tuttavia senza risposta vari quesiti. Il principale riguarda l’ostinazione di Nancy Pelosi a recarsi a Taipei, quasi che l’esponente democratica volesse sventare sul nascere ogni eventuale ipotesi d’appeasement fra il Presidente Joe Biden e il leader cinese Xi Jinping sulle prospettive ancora lontane, ma non eterne, del destino di Taiwan.

Il sottile e ipotetico appeasement diplomatico, finalizzato al disimpegno di Pechino da Mosca, parte da un’analisi complessiva che riguarda innanzi tutto lo sviluppo economico e gli equilibri interni della Cina.

Definito la “fabbrica del mondo”, il gigantesco complesso industriale e produttivo cinese risente tuttavia ancora dello statalismo e del dirigismo comunista, della carenza di competenze, materie prime, componenti avanzati e brevetti, e per evitare di implodere deve mantenere un andamento direttamente proporzionale all’aumento esponenziale dei ritmi produttivi. Col rischio di accumulare merci invendute, di sbancare e per giunta di vedersi soppiantare dalla concorrenza di americani ed europei.

Detto questo, Pechino sarebbe economicamente persino più interessata dell’Europa e degli Stati Uniti ad una rapida soluzione della guerra in Ucraina. Anche a prescindere dal futuro di Vladimir Putin.

Anzi, il ripristino degli interscambi e delle rotte commerciali, nonché la ricostruzione post bellica dell’Ucraina, rilancerebbe ai massimi livelli la produzione cinese, già provata dagli anni della pandemia.

Con buona pace del Cremlino, a Pechino e alla Casa Bianca sospirano che anche l’informazione modificherebbe i giudizi e le ricorrenti e comprovate accuse al regime comunista cinese in caso di un ipotetico decisivo ruolo svolto dalla Cina per fare interrompere alla Russia l’invasione dell’Ucraina.

Riconoscimento dei media e dell’opinione pubblica, viene fatto presente nell’entourage di Xi Jinping e negli ambienti del Comitato centrale del partito comunista cinese, che gioverebbe all’avvio delle trattative per la pianificazione a lungo termine dell’eventuale “unificazione” concordata e indolore di Taiwan, che a differenza dell’Ucraina fa parte integrante, geograficamente e politicamente, della Cina.

Sulla bilancia dei rapporti economici internazionali, il “peso” di Kiev e lo stop a Putin, con la compartecipazione più o meno sotterranea e tacita di Pechino, potrebbe valere la rimozione diplomatica e strategica del “problema” Taiwan, che a parte la concorrenza economica e la denuncia per le violazioni dei diritti umani, é l’ultimo muro contro muro più storico-ideologico che sostanziale fra la Repubblica popolare e Stati Uniti. Con la differenza che Washington, fin dai tempi della strategia di Henry Kissinger e dello storico incontro fra il Presidente Nixon e Mao, attua la “one China policy”, la politica che riconosce l’esistenza di una sola Cina.

In attesa che in Asia le acque si plachino e l’onda lunga della rotta di pace del grano ucraino intersechi quella delle grandi navi portacontainer cinesi, a Piazza Tienanmen e al Dipartimento di Stato americano hanno ben presente le parole dell’antico proverbio cinese che dice: “Tensione è chi pensi che dovresti essere. Pace è chi sei.”

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