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Qual è la differenza tra un manifesto politico e un piano d’intervento che contribuisca a far fronte ai drammatici problemi interni e internazionali dell’Italia? Che il primo – il documento consegnato da Giuseppe Conte a Mario Draghi – è poco più di uno zibaldone dove si mescola vittimismo, ideologia e tanta richiesta d’interventi.

Il secondo invece parte dalle condizioni reali e su questa base cerca di costruire le risposte possibili. Non quelle immaginifiche, ma quelle che hanno un necessario riscontro e i conseguenti riferimenti di carattere finanziario. Ossia quelle indispensabili risorse che non si trovano nel “Campo dei miracoli” dove Pinocchio fu condotto dal gatto e dalla volpe, ma sono il frutto della dura fatica quotidiana.

Partiamo allora proprio da qui. Gli ultimi dati Istat, sui conti pubblici trimestrali, mettono in luce i risultati di più lungo periodo nella gestione della finanza pubblica. Dal secondo trimestre del 2018 al quarto del 2020, la spesa pubblica italiana al netto degli interessi è passata dal 43,2 al 53,5 per cento del Pil. L’indebitamento dal 3,4 al 12,8 per cento. Questo è stato il lascito dei 988 giorni del Governo Conte (1 e 2). Li ricordiamo non per infierire, essendo stato soprattutto il 2020 un anno tragico, ma per dimostrare come una passata esperienza possa condizionare la successiva visione prospettica. Fino al punto da far scattare l’illusione di ulteriori scostamenti di bilancio, come più volte richiesti dall’ex premier.

Quindi quando si rilancia sul Reddito di cittadinanza o sul super bonus del 110 per cento sull’edilizia un minimo di prudenza sarebbe d’obbligo di fronte al coro di critiche, che entrambi i provvedimenti hanno sollevato. Che in Italia esistano livelli di povertà indegni di un Paese civile è fin troppo facile ricordarlo. Il problema è come affrontarlo. Se il Reddito di cittadinanza scoraggia il lavoro, invece di promuoverlo, qualcosa andrà rivisto. Altrimenti le risorse complessive per far fronte ai bisogni sociali diminuiscono, anziché aumentare.

Se il bonus per l’edilizia ingolfa il mercato, facendo lievitare i costi delle ristrutturazioni, tutti a carico dello Stato, forse un ripensamento appare opportuno. Probabilmente la concentrazione di risorse nel breve periodo è stata eccessiva. Dato che quei benefici dovevano coincidere con le logiche del ciclo elettorale. Solo che, alla fine, la maionese non è riuscita, determinando un impazzimento generale dal quale non sarà facile uscire. Il tutto senza minimamente far cenno ai brogli, agli interventi della magistratura e via dicendo, che hanno colorato di giallo quei mondi degli affari.
Ma è sui temi più generali, che le riserve avanzate si trasformano in un balbettio. Mettere sullo stesso piano il no alle armi perché quelle risorse devono essere usate a favore di famiglie ed imprese è meno di una proposta indecente. Rende evidente l’assoluta mancanza di qualsiasi sforzo teso a comprendere le reali ragioni di Putin. Quel suo desiderio di conquista che non è fine a se stesso, ma solo il tassello di una più ampia strategia rivolta contro tutto l’Occidente e quindi contro la stessa Italia.

Così come rimasticare i temi identitari della retorica green nel momento stesso in cui Ursula von der Leyen, è costretta a denunciare i piani della Russia, volti a determinare l’interruzione delle forniture di gas verso l’Europa. Mostrando fino a che punto può spingersi l’uso politico di una commodity, da cui dipende le sorti di un intero continente. Quando è lo stesso Parlamento europeo a riconsiderare nella tassonomia sia il gas che le centrali nucleari. Scelta non ideologica, ma misurata e calibrata sugli squilibri già evidenti nel bilancio energetico europeo. I cui dati sono impressionanti.

Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, il metano, in Italia è diventato la principale fonte energetica nazionale, coprendo una quota dei consumi energetici pari al 42% del totale. Seguono il petrolio (36%), l’idroelettrico (7%), il solare, le altre rinnovabili – geotermico, biomasse ed energia da rifiuti – e il carbone (tutte poco al di sotto del 4%) e, infine, l’eolico (3%). Veramente si può pensare di far fronte alle minacce di Putin, che ridurranno l’offerta, dichiarandosi indisponibili nel “favorire investimenti nelle infrastrutture a gas o ad “allargare le maglie” delle concessioni di sfruttamento dei nostri giacimenti fossili” come se fossimo in una situazione di normalità?

Tralasciamo il resto. Ma che c’entra il Mes con il Pnrr? Il primo elemento strutturale che dovrebbe completare la procedura rivolta a far fronte agli squilibri macroeconomici. Il secondo scelta straordinaria e non sapremo dire quanto ripetibile. La verità è che la “discontinuità” invocata da Giuseppe Conte, più che essere indirizzata a Mario Draghi doveva essere invece fatta propria da quel che resta del MoVimento, dopo la scissione di Luigi Di Maio. Che non è il traditore descritto nel recente blog di Grillo. Ma solo colui che ha avuto la lungimiranza di salire su una scialuppa di salvataggio, mentre il Titanic volgeva la prua verso il suo tragico destino.

Perché le richieste di Conte a Draghi sono solo un manifesto politico

Il documento consegnato da Giuseppe Conte a Mario Draghi manca di un piano d’intervento che contribuisca a far fronte ai drammatici problemi interni e internazionali dell’Italia. Gianfranco Polillo spiega quali

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