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L’esercito russo non è stato strutturato per le operazioni in Ucraina, che comportano combattimenti nei centri abitati. Queste ultime richiedono la disponibilità di una consistente quantità di fanteria. Le unità corazzate non sono idonee per essi. Sono vulnerabili ad imboscate. Non possono esprimere tutta la loro potenza di fuoco, dato che gli abitati riducono grandemente i loro campi di vista e di tiro e ostacolano la concentrazione delle forze, necessaria per creare brecce nelle difese e colpirle poi sul fianco o aggirarle.

Non è restata al comando russo altra soluzione che colpire la popolazione civile, bombardando le città con missili, lanciarazzi e artiglierie a lunga gittata, al di fuori delle puntate offensive dei difensori. Come a Grozny e ad Aleppo, si è scelto di terrorizzare la popolazione, nella speranza che si arrendesse. Di fronte a un difensore che non cede e a una popolazione civile che stoicamente sopporta distruzioni e perdite, tale strategia è fallita. Viene continuata poiché i russi non ne hanno una alternativa.

Anche i massacri indiscriminati di civili, passati per le armi dalle truppe occupanti, non hanno ottenuto alcun risultato. Quanto avvenuto a Bucha e in altri centri urbani occupati dai russi, anziché paura, ha creato rabbia e volontà di vendetta. In altre parole, ha rafforzato, anziché diminuire la volontà di resistenza delle forze regolari e della Guardia Nazionale ucraini.

La riforma effettuata nello scorso decennio da Shoygu e da Gerasimov ha tenuto conto delle carenze demografiche della Russia e della minore capacità della sua popolazione di accettare perdite, data la diminuzione della fertilità, l’aumento del tenore di vita e la diffusione capillare dei media. Quest’ultima impediva al Cremlino di nascondere le perdite, minimizzandone l’impatto negativo sull’opinione pubblica. Il controllo dei media e la stretta censura imposta in Russia dalle autorità hanno contribuito a mantenere alto il consenso per Putin.

Nella riforma dell’esercito russo, completata da qualche mese, si è cercato di massimizzare la potenza di fuoco e di minimizzare l’entità del personale. L’intero esercito è stato ristrutturato nei “Gruppi Tattici di Battaglione” (TBG). Sul migliaio di effettivi di ciascuno meno di duecento sono i fanti. La carenza di fanteria ha reso vulnerabili i carri armati, i veicoli corazzati e le artiglierie e lanciarazzi semoventi agli attacchi delle forze ucraine, dotate di moderni sistemi controcarri (tra cui gli spaventosi javelin americani, con doppia carica cava: la prima destinata a distruggere la “camicia” anti carica cava, anche dei T-80, i più potenti carri armati russi; la seconda a penetrare nella corazza e di mettere il carro fuori combattimento).

In sostanza, con i suoi circa 225 TBG (di cui circa 190 già impiegati in Ucraina), l’esercito russo non può conquistare le città. Questo spiega il ricorso a fanterie straniere – ceceni, siriani, centroasiatici, ecc. – la cui presenza accrescerà indubbiamente la brutalità della guerra contro i civili. Le forze russe, strutturate per una guerra ad alta intensità e in terreni aperti contro le Nato, si sono rivelate inidonee alle operazioni in Ucraina, anche perché disperse, sulla base di un’intelligence errata, su tre direttrici d’attacco, per di più scoordinate fra loro, anzichè concentrate su una sola. Nella seconda fase dell’aggressione russa, il Cremlino sembra aver rinunciato all’attacco verso Kiev, per concentrarsi a Est (Kharkiv, Donbas e Mariupol) e a Sud (Kerson e Odessa, fino alla Transnistria).

A Est, oltre alla conquista dell’intero Oblast del Donbas e della fascia costiera del Mar d’Azov, per realizzare una continuità territoriale con la Crimea e l’intera costa del Mar Nero, i russi si propongono certamente di distruggere il grosso delle migliori forze ucraine. Esse hanno almeno dieci brigate nel triangolo Luhansk- Kharkiv-Dnipro. I russi, con un’offensiva sia da Nord che da Sudest cercheranno di circondarle.

La battaglia si preannuncia decisiva per la sorte del conflitto. Gli ucraini cercheranno di resistere soprattutto nei centri urbani, dove possono essere supportati dalle forze territoriali. I russi cercheranno di attirarli in combattimenti in terreno aperto, dove possono avvalersi anche della loro superiorità aerea.

A Sud gli scontri maggiori si svolgeranno lungo la direttrice costiera. La Flotta del Mar Nero è stata fortemente rinforzata da quelle del Nord e del Baltico e può sostenere logisticamente e con attacchi anfibi le forze a terra. Potrebbe essere neutralizzata qualora gli ucraini ricevessero i missili antinave, annunciati dall’Uk. In tal caso, la Flotta dovrebbe essere ritirata per non subire perdite.

Un fatto che mi ha sorpreso da parte russa è l’assenza di un comandante in capo delle operazioni in Ucraina. La sua assenza è stata, a parer mio, una delle principali ragioni dell’insuccesso della prima fase dell’aggressione russa. Ha causato l’assenza di un coordinamento fra le tre direttrici d’attacco e, all’interno di ciascuna, di uno interforze.

La mancanza dell’unità di comando nel teatro operativo ha provocato l’assenza di un centro di gravità e di concentrazione delle forze, che trova il suo fondamento nel principio dell’economia delle forze nei settori secondari per concentrarle in quello principale. Esercito e Marina non comunicano tra loro in modo soddisfacente. Il caso più eclatante è quello dell’affondamento della nave anfibia Orsk, che si era ancorata in un porto ritenuto sicuro, mentre vi era ancora presente l’artiglieria ucraina.

Il coordinamento fra la decina di Armate russe, operanti in Ucraina, l’Aeronautica e la Marina sono effettuate da Mosca. Da 6-700 km di distanza dal fronte, forse direttamente dal Cremlino, senza informazioni precise e aggiornate e senza avere conoscenza diretta di quanto sta avvenendo nei combattimenti. Non risulta che l’inconveniente sia stato corretto per la seconda fase. Se non lo è stato, il successo russo mi sembra improbabile o, almeno, sarà molto costoso in perdite di uomini e materiali.

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