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Prima di diventare il suo più grande azionista, Elon Musk aveva illuso tutti con una semplice domanda rivolta ai suoi followers su Twitter: ditemi se pensate se sia democratico o meno. Per molti era il sentore che qualcosa bolliva in pentola, ma non quello che credevano. Musk non aveva in mente di creare alcuna nuova piattaforma social alternativa all’uccellino, ma di comprarne il 9,2% diventando così il singolo maggiore azionista e membro del consiglio di amministrazione. Il suo obiettivo a questo punto è quello di riformarlo dall’interno, andando a modificare le sue regole che tradirebbero lo spirito di libertà con cui nacque il social.

Intanto ha promesso di restare nel board almeno fino al 2024 – con la promessa di non superare il 14,9% delle quote societarie né tanto meno di rilevare l’azienda. Se a questo si aggiunge che, poche settimane prima, aveva discusso con il Ceo Parag Agrawal e l’ex Ceo Jack Dorsey su come migliorare Twitter, i pezzi del puzzle iniziano ad unirsi.

I tre sono fautori di un nuovo tipo di Internet, più libero e decentrato, in cui a selezionare i contenuti sono gli utenti stessi e non qualche autorità in base a criteri non condivisi con la community. L’idea, secondo loro, non ha niente di rivoluzionario ma si atterrebbe alle regole con cui Internet è nato. In poche parole: Web 3.0. Di cosa si tratta – ma soprattutto di cosa non si tratta – ne abbiamo scritto più volte e non è di niente di più di un passo indietro per compierne due in avanti, secondo la logica dei suoi più grandi ammiratori. Prima che le grandi aziende tecnologiche lo dominassero, Internet era un mondo libero e senza filtri. Togliere potere alle autorità e distribuirlo alla società virtuale: è lì che Musk&Co. vogliono arrivare.

Tra i tanti sondaggi con cui il proprietario di Tesla si intrattiene sul social, ce n’è un altro di pochi giorni fa che giustificherebbe questa rivoluzione. L’algoritmo di Twitter dovrebbe essere “open source”? La risposta è stata quasi una sentenza (82,7% di sì). Sotto il post, non è passato certo inosservato il commento di Dorsey che ha puntualizzato come sia più urgente ragionare su quale algoritmo scegliere (o non scegliere). Segnali che lasciano ben comprendere come l’intento finale sia uno: il diritto della libertà di parola non può essere scalfito da alcuna autorità.

Nella loro visione, Twitter dovrebbe fungere da apripista per gli altri social network. Bluesky, società finanziata dalla stessa azienda di Agrawal (di cui faceva parte) e che a febbraio ha accolto Dorsey nel suo cda, vuole arrivare proprio a una interoperabilità tra le varie piattaforma, slegandosi così dal dominio dei vari Google o Meta. In questo modo, da Twitter sarebbe possibile mandare messaggi diretti su Reddit o Facebook. L’iniziativa è nata tre anni fa ed è partita solo l’anno scorso. Richiederà anni, ma ci si sta lavorando già duramente per ampliare la sicurezza e i vari protocolli.

Sempre nel 2021, attraverso la rete di pagamenti Bitcoin Lightning, Twitter ha introdotto un’altra opzione tipica del mondo deregolamentato. Agli abbonati premium – Twitter Blue – è stato consentito di mettere in mostra i propri Nft nell’immagine del profilo e ricevere pagamenti in Bitcoin. Dietro l’iniziativa c’è la mente di Esther Crowfors: l’obiettivo è quello di aiutare i creatori di Nft a guadagnare, senza che il primo beneficiario sia Twitter (prende solo una piccola percentuale. Ovviamente, più è alto il guadagno, maggiore sarà la quota).

Anche questa è una strada che l’azienda non vuole lasciarsi sfuggire, tanto che ha creato un’apposita business unit dedicata allo sviluppo del mondo blockchain sulla piattaforma, al cui vertice c’è Tess Rinearson. La sua missione è quella di costruire l’unità crittografia in Twitter. “Non credo che una piattaforma centralizzata sia il modo per portare le crypto alla masse” ma “penso che Twitter sia il modo giusto per farlo”, ha dichiarato a Wired, non smentendo la possibilità, un giorno, che il social lanci una moneta digitale tutta sua.

Come per le criptovalute, quello del web dovrebbe diventare un mondo più libero, dove sono le persone a fare una selezione tra ciò che è vero da quello che non lo è, senza che ci sia qualcuno che glielo imponga. I negazionisti di turno, tanto per fare un esempio banale ma efficace, verrebbero eliminati direttamente dagli utenti che non intendono seguirli perché sono loro a scegliere a quale fonte affidarsi. Un altro esempio intramontabile è il presidente più social di tutti.

Durante la sua presidenza Donald Trump utilizzava il  profilo Twitter come megafono della sua politica, forse in maniera eccessiva e maniacale. Lo ha detto lui stesso ai suoi più intimi collaboratori, ammettendo di avere molto più tempo libero per leggere i giornali da quando ha lasciato la Casa Bianca. La fine della sua avventura politica (aspettando le sue mosse per il 2024) è coincisa infatti con la chiusura dei suoi account social – per via dei fatti del 6 gennaio a Capitol Hill -, ma il tycoon sembrerebbe non riuscire a staccarsi dal mondo virtuale. Ha sviluppato una sua app, Truth, per contrastare il potere delle grandi piattaforme e permettere alle persone di dire tutto ciò che vogliono, ma al momento il tentativo stenta a decollare nonostante massicci finanziamenti.

A volerci provare seriamente sono, e qui sta il punto, proprio coloro che hanno costruito il modello centralizzato di Internet. Nella sua vita Musk si è dedicato ad altro ma da sempre si è battuto per la libertà di parola sui social network. Cosa voglia dire questo è un mistero: più che democrazia, dire ciò che uno crede senza dover rendere conto a nessuno è, tutt’al più, anarchia. I più critici verso questo modello mettono in guardia sulla crescita di fake news e sull’influenza che queste possono avere nella società. Non tutti hanno il tempo – o la voglia – di potersi informare correttamente e in modo approfondito. E, soprattutto, un numero sempre maggiore di cittadini si affida ai social network per rimanere aggiornati.

In Italia 14,5 milioni di cittadini usano Facebook per leggere le notizie, mentre 4,5 milioni lo utilizzano come unica fonte. A loro Musk dirà di stare tranquilli, essendo pronto ad “apportare miglioramenti significativi per Twitter nei prossimi mesi”. Il dibattito su come esprimere la propria opinione sui social sarà lungo e molto duro. Ma c’è già chi si schiera con l’imprenditore. “Musk. Free speech”, ha twittato il repubblicano dell’Ohio Jim Jordan, fermo oppositore dell’aborto e dell’Obama Care. Giusto per capire a chi non dispiace un internet senza troppe regole.

 

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