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Il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Luigi Di Maio, ha avuto oggi un colloquio con la ministra degli Esteri del Governo libico di Unità Nazionale, Najla Al Mangoush. La Farnesina fa sapere che “nel confermare il carattere strategico delle relazioni fra l’Italia e la Libia e la volontà condivisa di proseguire nel rafforzamento del partenariato bilaterale, i Ministri hanno passato in rassegna i principali ambiti della collaborazione bilaterale, inclusa la cooperazione in materia migratoria”.

Di Maio ha ribadito l’impegno dell’Italia per una stabilizzazione duratura della Libia, evidenziando la rilevanza della conclusione del processo elettorale e del ritiro di tutti i combattenti e mercenari stranieri dal Paese. L’italiano ha poi sottolineato l’importanza che tutti gli attori libici possano assicurare una cooperazione costruttiva con la nuova Consigliera Speciale dell’Onu, la diplomatica americana Stephanie Williams.

Queste che sembrano dichiarazioni di rito assumono un peso particolare in questo momento cruciale, in cui – a meno di dieci giorni dal voto – il rischio di un collasso dell’intero processo è possibile. Le elezioni potrebbero infatti saltare, spostate a data da definire, creando un potenziale effetto destabilizzante incontrollato.

La ragione del rinvio a data da destinarsi potrebbero essere le tante divisioni interne che ancora affliggono il paese nonostante sia in corso una fase di riunificazione derivante anche dall’impegno che le Nazioni Unite e membri della Comunità internazionale (come l’Italia o la Francia, o l’Egitto) hanno buttato nel dossier dopo il cessate il fuoco raggiunto poco più di un anno fa.

Questi contatti come quello di Di Maio con Mangoush sono parte di un forcing che in queste settimane l’Unione europea e gli Stati Uniti stanno portando avanti insieme all’Onu, cercando la sensibilizzazione di alcuni degli attori esterni che muovono leve all’interno del dossier, affinché si proceda con il voto e soprattutto si accettino i risultati dello stesso. Ossia per scongiurare la possibilità che il passaggio definitivo della fase di stabilizzazione non sia, all’opposto, un momento da cui si possano riavviare stagioni di caos.

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