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Entrato in carica appena il 4 ottobre, già domenica 31 il premier giapponese, Kishida Fumio, s’è subito trovato davanti un test: le elezioni. Prova superata, perché ha battuto i pronostici che volevano il suo Partito Liberal Democratico (Jimintō, Ldp) meno favorito del solito, e invece ha mantenuto la maggioranza assoluta alla Camera bassa. Se si pensa che c’è stato un momento davanti ai primi exit-poll in cui i funzionari dell’Ldp dichiaravano di non essere certi che avrebbero ottenuto la maggioranza parlamentare, il calo di 15 seggi (si passa dai 276 della precedente legislatura ai 261 dell’attuale) è un risultato ottimo. I parlamentari sono 465, la maggioranza è fissata a 233 e il partito di Kishida è ben sopra alle aspettative dei suoi stessi funzionari.

Il premier mantiene il governo che il Jimintō detiene quasi ininterrottamente dalla fine della Seconda guerra mondiale, e potrà continuare a concentrarsi su una fase che vede il Paese riscoprire il desiderio di proiezione internazionale, impegnato nelle faccende geopolitiche del Mar Cinese e dei suoi stretti, tanto quanto nella dominazione dell’Indo Pacifico. La vittoria ha dunque una componente di interesse legata al ruolo del Giappone sul palcoscenico internazionale. Kishida, che nel giorno delle elezioni era impegnato con il G20, arrivava al voto con un basso livello di consenso, ben al di sotto del 50 per cento, e la sinistra si presentava compatta (una rarità); l’Asia Nikkei Review valutava che circa il 40 per cento dei distretti uninominali in cui la legge elettorale in prevalenza maggioritaria suddivide il Giappone, era in bilico prima del voto.

Il risultato però è stato frutto di un’affluenza del 56 per cento, non altissima, e dove la macchina organizzativa dell’Ldp ha avuto modo di sfruttare capacità e vantaggi. I cittadini hanno bocciato l’alleanza delle sinistre, in particolare la presenza del Partito comunista nell’ipotetica colazione di governo proposta dall’opposizione del Partito costituzionale democratico – i flussi parlano di un boom del partito regionalista-liberista Nippon Ishin, che ha quasi quadruplicato i propri seggi raccogliendo il voto di chi non ha scelto Kishida. In tutto però, va aggiunto che tra gli indipendenti (ossia coloro che non si identificano con i partiti ma scelgono al momento del voto) non ci sarebbe uno svantaggio del Jimintō; un aspetto considerato positivamente anche pensando alle elezioni che nell’estate del 2022 riguarderanno la Camera alta giapponese.

Un altro aspetto positivo per Kishida è stato il passo falso di alcuni capi-corrente, come Amari Akira, segretario generale dell’Ldp da appena un mese, sconfitto nel suo collegio uninominale e subito dimessosi. Con loro il premier era sceso a patti per ottenere l’investitura durante le primarie per la successione ad Abe Shinzo, ma ora con il buon risultato elettorale esce rafforzato. Forza che potrà usare per spingere la propria agenda politica. Da Tokyo ci si aspetta stimoli per l’economia e un nuovo budget (prima della primavera) che avrà anche un orientamento anche in ottica geopolitica, non disdegnando spese per la Difesa che il Giappone intende migliorare davanti alle sfide complesse che lo attendono per gestire il contenimento cinese, i rapporti con Pechino, le relazioni (globali) regionali e l’alleanza con gli Stati Uniti.

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