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Prima la designazione sanzionatoria di Saeed Aghajani, comandante del reparto Uav dei Pasdaran e di alcuni individui collegati al programma di sviluppo tecnologico dei droni d’attacco, più la Kimia Part Sivan Company e un suo uomo che ha facilitato il reperimento di materiali al di fuori dell’Iran — materiali che, spiega il dipartimento del Tesoro statunitense, sono serviti per produrre velivoli senza pilota che i militari teocratici iraniani hanno consegnato a Hezballah, Hamas, Kataib Hezballah, agli Houthi in Yemen e in Etiopia (dove il conflitto del Tigray vive ancora fasi violente); velivoli come quelli usati nel recente attacco ad al Tanf, di cui gli Usa accusano l’Iran. Poi un B-1 Lancer americano ha viaggiato scortato da due F-15 israeliani lungo i cieli del Golfo, costeggiando i confini iraniani. Nello stesso giorno i leader dell’E3 (Francia, Regno Unito, Germania) hanno firmato dal G20 una dichiarazione congiunta insieme a Joe Biden riguardo alla ricomposizione del Jcpoa — l’accordo sul nucleare iraniano che l’amministrazione Trump ha messo in crisi con l’uscita unilaterale del maggio 2018.

“Accogliamo con favore l’impegno chiaramente dimostrato del presidente Biden a riportare gli Stati Uniti alla piena conformità con il Jcpoa e a rimanere pienamente conformi, purché l’Iran faccia lo stesso”, scrivono gli europei: “Chiediamo al presidente Raisi di cogliere questa opportunità e tornare a uno sforzo in buona fede per concludere i nostri negoziati con urgenza. Questo è l’unico modo sicuro per evitare una pericolosa escalation, che non è nell’interesse di nessun Paese”.

Raisi, un conservatore entrato in carica quattro mesi fa, ha bloccato i negoziati anche per marcare discontinuità col predecessore riformista. Ancora dalla dichiarazione: “Accogliamo con favore gli sforzi diplomatici regionali dei nostri partner del Golfo per allentare le tensioni e notiamo che il ritorno al Jcpoa comporterebbe sia la revoca delle sanzioni, consentendo partnership regionali rafforzate, sia un rischio ridotto di una crisi nucleare che farebbe deragliare la diplomazia regionale. Affermiamo inoltre la nostra comune determinazione ad affrontare i più ampi problemi di sicurezza sollevati dalle azioni dell’Iran nella regione”.

Lo scenario che accompagna la riapertura dei colloqui per ricomporre l’intesa con l’Iran — teoricamente tutti e è previsto entro novembre — è rappresentato da questi passaggi: c’è la possibilità di riaprire la fase negoziale, ma c’è una fiducia molto relativa sul buon esito. I primi a crederci molto meno di qualche mese fa sono gli americani: se prima pensavano possibile raggiungere gli obiettivi fissati (il ritorno iraniano alla compliance, saltata dopo l’uscita trumpiana dal Nuke Deal), nel corso del tempo non solo hanno mantenuto attive le forme di pressione dell’amministrazione precedente, ma hanno aumentato il proprio scetticismo.

E il fatto che il nuovo governo conservatore iraniano abbia nominato un team di negoziatori guidato da oppositori dell’accordo ha solo aumentato il senso di pessimismo. Gli Stati Uniti e i loro alleati sono ora più disposti a imporre un costo più elevato all’Iran per il mancato raggiungimento dell’intesa, se Teheran continua a intraprendere azioni che non sono coerenti con l’accordo del 2015 — che lo portano più vicino a sviluppare un’arma nucleare.

Il consigliere per la Sicurezza nazionale statunitense, informando i reporter in viaggio verso Roma, aveva annunciato che la riunione ai margini del G20 è un’opportunità per “coordinare strettamente” con gli E3 “su una posizione negoziale comune mentre lavoriamo verso una ripresa dei negoziati”, così come allineare “la nostra comprensione dei progressi dell’Iran sul programma nucleare da quando hanno lasciato il Jcpoa”.

Il ritardo dell’Iran nel tornare ai colloqui che si svolgono a Vienna viene visto anche come una tattica di stallo mentre il paese continuava a sviluppare i suoi piani atomici. Ora, c’è un’ampia discussione su come “spingere la pressione” sull’Iran. Questo è stato l’argomento che l’inviato speciale statunitense ha di recente trattato con gli alleati europei e quelli del Golfo. Ora al G20 Biden lo sta portando avanti in forma diretta con i leader globali,

Anche perché al G20 sono presenti gli altri due membri del sistema negoziale noto come 5+1, composto dall’Iran (il “+1”), dagli E3, dagli Usa e da Russia e Cina. Se le attività diplomatiche di Mosca possono aver contribuito a spingere Raisi a tornare ai colloqui di Vienna, restano dubbi sulla volontà della Cina di fare pressione sull’Iran in modo coordinato con le altre parti dell’accordo. Washington e Pechino non sono d’accordo sul contenere il comportamento dell’Iran, e le complicatissime relazioni in corso tra le due super potenze non stanno facilitando le cose.

La Cina ha continuato a importare petrolio iraniano, che è una delle principali fonti di reddito del paese, e non c’è una chiara strategia per spingerla a cambiare rotta anche se gli americani avrebbero chiesto uno stop agli acquisti da usare come leva negoziale. L’assenza di una sponda cinese è un elemento che complica la strada per la ricomposizione del Jcpoa: Pechino ha tutti gli interessi che Raisi accetti un’intesa, ma vuole evitare che la stessa sia frutto di un successo negoziale statunitense e europeo perché tra i più profondi obiettivi strategici c’è il dimostrare che il modello di mondo a guida occidentale non funziona e quello cinese ne è l’alternativa.

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