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C’era da immaginarselo. Prima o poi il procedere deciso del presidente del Consiglio, il rispetto della rigida tabella di marcia, il feeling con il Paese e il sostanziale abbozzare dei partiti, avrebbe cominciato a trovare ostacoli sulla sua via. E prevedibile era anche che a crearli questi problemi sarebbe stato il Movimento Cinque Stelle, in preda non da oggi a convulsioni interne e costretto ora a mangiarsi un rospo bello grande dopo i tanti inghiottiti in precedenza. Per chi aveva declinato in senso inquisitorio e giustizialista uno dei suoi mitologemi fondanti, quello dell’“onestà”, la riforma della giustizia che porta la firma di Maria Cartabia è peggio di un affronto: è la presa d’atto di un fallimento.

Perché questa riforma non è nemmeno veramente una riforma, cioè una riscrittura del sistema giudiziario in un’ottica moderna e garantista (quella semmai è delineata dai sei referendum presentati da Lega e Radicali). È semplicemente il “minimo sindacale”, l’eliminazione di alcuni ostacoli aggiunti dal passato guardasigilli, Bonafede, a quelli, già tanti, che rendono in Italia una chimera l’obiettivo di una giusta durata dei procedimenti. Che è poi quello che ci chiede l’Europa, che in qualche modo ha vincolato i soldi del Recovery Plan a quel poco che Draghi deve necessariamente portare a casa.

L’investitura, fra l’altro non ancora formalizzata, a capo politico del Movimento di Giuseppe Conte, che sulla riforma di Bonafede aveva puntato molte carte e su cui è poi caduto, ha da qualche giorno complicato la situazione. Perché è indubbio che la sua presenza come mediatore col governo, da una parte, esaspera gli animi e, dall’altra, è tesa alla costruzione di una narrativa che non sottolinei troppo gli elementi di discontinuità fra i due ultimi governi e soprattutto faccia maturare l’idea di un Draghi non superman ma imperfetto e spesso inconcludente come chiunque altro si sia affacciato finora a Palazzo Chigi. Un gioco pericoloso che, se dovesse degenerare, solo Beppe Grillo potrebbe fermare.

Tanto che il braccio di ferro di Conte con Draghi lo è anche con chi non si è ben capito quanti spazi di autonoma manovra nel partito abbia lasciato al suo presidente. Draghi, dal canto suo, capito il gioco, cogliendo il pericolo del logoramento, da cui in Italia nessuno è immune, ha deciso di tagliare corto: ha concesso quel che poteva concedere e per il resto non avrà timore, domani, di far votare la fiducia. Che comunque questa partita gli sia costata non poco, anche se porterà a casa l’obiettivo della riforma entro la data prevista, lo si capisce da almeno due elementi: da una parte qualche défaillance nella comunicazione, che si è mostrata nell’ultima conferenza stampa, ad esempio, troppo nervosa per i suoi standard; dall’altra, nella necessità di rimandare a questo punto a settembre i provvedimenti su fisco e concorrenza che pure erano stati programmati per fine luglio.

Nulla di grave, ovviamente. Ma a questo punto è giusto stemperare le tensioni, andare in vacanza e confidare che alla ripresa la situazione non precipiti drammaticamente. Il vero sconfitto politico di questa vicenda sembra essere il Pd, che sta scoprendo sulla propria pelle cosa significhi avere puntato sull’alleanza strategica con una forza politica che è comunque attraversata da forti e non del tutto domabili pulsioni antipolitiche e populistiche. Aver puntato sulla laison con Zingaretti prima, ma anche con Letta poi, senza avere un piano b, e anzi esasperando le tensioni con una forza politica, la Lega, e con il suo leader, che invece stavano compiendo passi importanti verso un approccio pragmatico e moderato alla politica, necessario per smussare le tensioni sul sistema che la crisi dei cinque Stele porta con sé, si è dimostrato deleterio. Soprattutto se già alla prima prova, le comunali di autunno, il Pd non porterà a casa significativi risultati.

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Il braccio di ferro di Conte con Draghi è un gioco pericoloso. Il premier lo sa e, cogliendo il pericolo del logoramento – da cui in Italia nessuno è immune – ha deciso di tagliare corto: ha concesso quel che poteva e per il resto non avrà timore, domani, di far votare la fiducia. Questa partita è costata il rinvio a settembre delle norme su fisco e concorrenza, ma ha anche un prezzo politico. Pagato soprattutto dal Pd

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