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La politica monetaria statunitense sta lentamente cambiando pelle, quasi impercettibilmente. Eppure, nei piani alti della Federal Reserve, qualcosa si muove. L’inflazione negli Stati Uniti sta rialzando la testa e dalle scelte monetarie della Fed di Jerome Powell dipenderanno quelle della Banca centrale europea. La domanda, dunque, è sempre quella: che cosa succederà? Di questo e molto altro, Formiche.net ha parlato con Dominick Salvatore, professore della Fordham University e tra i maggiori esperti di politica economica internazionale.

Jerome Powell, governatore della Fed, ha rassicurato il Congresso americano. Nessuna stretta monetaria all’orizzonte, anche se la fine delle politiche ultra-accomodanti, con un’inflazione così alta, non può essere troppo lontana. Lei che dice?

Oggi gli Usa sono alle prese con il più alto tasso di inflazione dal 1981, sono 40 anni e sono tanti e il dato di giugno è del 5,4%, siamo su livelli decisamente sostenuti. E molti economisti sono convinti che i rialzi aumenteranno. A questo punto credo proprio che ci si aspetta un rialzo dei tassi da parte della Fed, forse già nel 2022, una stretta insomma. Ma non è il caso di farsi prendere dal panico.

Perché scusi? Se una stretta è in arrivo…

Sì, è vero. Però Powell è una persona molto prudente ed accorta. Quando l’inflazione ha cominciato a galoppare e Powell ha fatto capire che ci sarebbe stata una stretta, Wall Street è crollata. Per questo adesso il governatore è diventato cauto, accorto, ha dovuto dare rassicurazioni, pur non accantonando presto o tardi l’idea di una correzione delle politiche monetarie. Perché ogni piccola mossa della Fed può avere impatti immediati e anche violenti, questo non lo possiamo dimenticare.

Parliamo della minimum tax. Il G20 ha da poco raggiunto l’accordo politico per una tassa globale del 15% sui profitti delle multinazionali. Una vittoria di Joe Biden?

In un certo senso sì. Con questa tassa Biden potrà garantire una buona parte del finanziamento necessario ai piani pandemici, a cominciare dall’operazione infrastrutture. Aumentare le tasse è molto impopolare, ma una tassa globale può bypassare il problema. Anche perché mettere più tasse solo sui ricchi d’America non sarebbe stato sufficiente a garantire il finanziamento degli stessi piani.

Soldi a parte, Salvatore, la strada del Congresso è in salita. Al di là del fragile compromesso demo-repubblicano sulle infrastrutture, il partito di Donald Trump non ne vuol sapere di inasprimenti fiscali…

Credo proprio che Biden avrà dei problemi al Congresso, nell’approvazione dei piani pandemici. I repubblicani non amano le tasse, men che meno quelle sui ricchi. Il problema è che a Biden servono molti soldi per realizzare i suoi ambiziosi piani. Si gioca tutta lì la partita, è molto difficile che il Senato, con le resistenze dei repubblicani, approvi un aumento delle tasse.

Chiudiamo sull’euro digitale. La Bce ha dato il suo via libera alla fase esplorativa, la Cina corre verso l’emissione della moneta virtuale. E gli Usa?

Le banche centrali non vogliono perdere il controllo sulla moneta e per questo guardano con interesse alla moneta virtuale. Anche negli Stati Uniti si sta avviando una fase esplorativa, e non solo perché si è mossa anche la Cina. La Fed sta studiando da vicino il dollaro digitale, valutando una moneta virtuale per i privati e una moneta ufficiale gestita dal governo federale. I governi introdurranno la moneta virtuale per non perdere il controllo della moneta, ma con calma: meglio farlo bene che farlo in fretta.

Tassi, tasse e miliardi che ballano. Salvatore spiega le strategie di Biden e Powell

L’economista e accademico della Fordham University: il crollo di Wall Street, nei giorni della paura per una stretta monetaria, ha insegnato prudenza e accortezza al governatore della Fed, ma un rialzo dei tassi arriverà comunque. La minimum tax è una vittoria di Biden, che ne ha un gran bisogno per finanziare i piani pandemici. Il dollaro digitale? Anche negli Usa è partita la fase esplorativa…

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