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Italia Viva, più che mai. Il pallottoliere della crisi sorride più a Matteo Renzi che a Giuseppe Conte. Fra le truppe dell’ex premier i conti si fanno senza troppe tensioni. Il leader ha già dettato la linea. Al Senato, quando Conte chiederà la fiducia, lui si asterrà. E così faranno i suoi, con ogni probabilità. Meglio togliere ogni alibi a chi, strattonato dagli emissari di Palazzo Chigi in cerca di responsabili, tentenna e ci fa su un pensiero.

Nel primo pomeriggio di venerdì le agenzie battono una velina impietosa. Sarebbero addirittura cinque i senatori pronti a dire adieu a Renzi. Si fanno i nomi di Conzatti, Vono, Cucca, Marino, Comencini. Loro smentiscono, con tanto di video sui social, l’emergenza rientra in pochi minuti. La testa torna alla resa dei conti in aula.

L’astensione è una ciambella di salvataggio, l’unica possibile. Manda un chiaro messaggio politico: IV non va all’opposizione. Rimane lì, in attesa. Tanto che la ministra delle Pari Opportunità dimissionaria, Elena Bonetti, apre a uno spiraglio su Sky Tg24. “Se le forze dell’attuale maggioranza ritengono che ci sia il tempo di uno scatto di responsabilità per dare una svolta all’azione di Governo, Italia Viva c’è”.

La partita è aperta, dicono i renziani, che infatti alle truppe cammellate di responsabili ci credono poco. Numeri alla mano, in effetti, l’impresa è più ardua di quanto gli spin di Palazzo Chigi facciano trasparire. Su twitter il direttore di Youtrend Lorenzo Pregliasco la riassume così: “Rischia di essere più difficile arrivare da 155 a 160 che da 155 a 170”. La partita per Conte è tutta in salita.

Andiamo con ordine. Il primo cruccio dei renziani, in vista della fiducia martedì, è assicurarsi che nessuno salti il fosso. Per evitarlo bisogna prima serrare i ranghi alla Camera, dove Conte farà il suo appello lunedì. Lì “non siamo decisivi”, confida a Formiche.net uno di loro, “però bisogna evitare che anche solo uno o due dei nostri esca dal gruppo. Potrebbe inviare un segnale pericoloso al Senato: sciogliete le righe. E invece i senatori devono sentire solo sulle loro spalle la responsabilità del voto”.

Il secondo porta il nome e cognome di Riccardo Nencini, il socialista fu craxiano che detiene il simbolo del Psi che, con il suo garofano rosso, ha dato casa ai renziani al Senato all’indomani della scissione di Italia Viva, con il gruppo autorizzato Iv-Psi. Da giorni viene tartassato di chiamate, “fatta eccezione per Obama e Tony Blair”, ha scherzato lui su Repubblica, perché, volendo, può portare via la targa al gruppo per battezzare quello contiano. Renzi e i suoi si dicono sereni, “Riccardo non ci farà una cosa del genere”.

Quanto ai numeri, fra i renziani c’è un certo ottimismo. A Palazzo Madama la conta del premier è risicata. “Se Forza Italia non li aiuta, non ci arrivano – dice un colonnello del partito – abbiamo fatto i conti, e arrivano al massimo a 155. Dovremmo dargliene tre noi e tre l’Udc, che però continua a smentire”. Tutto questo senza contare il fattore “M”. Che sta per Matteo Salvini: i renziani hanno le dita incrociate, “due o tre grillini potrebbe portarli via”. “Il loro passaggio è in ballo”, ha detto ieri sibillino un fedelissimo del “Capitano” come Gian Marco Centinaio.

Insomma, la crisi c’è, la tensione un po’ meno. Anche perché, tra i più vicini a Renzi, qualcuno fiuta il bluff. “Non credete alle dichiarazioni d’amore per Conte. E se qualcuno, anche nel Pd, i responsabili non volesse farglieli trovare?”.

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